Višegrad. L'odio, la morte, l'oblio

Višegrad. L'odio, la morte, l'oblio
Il nuovo libro di Luca Leone, nelle librerie e negli store online. Compralo su www.infinitoedizioni.it

sabato 16 dicembre 2017

Bosnia-Ue: altro che giustizia! Plauso, ma per le accise...

La Camera dei Rappresentanti del Parlamento della Bosnia Erzegovina ha approvato alcuni emendamenti alla legge sulle accise (emendamenti contestati non solo dalle opposizioni ma anche da alcuni partiti della composita maggioranza, oltre che dalla società civile) e la commissaria agli Esteri, l'italiana Federica Mogherini, si è sperticata in elogi.
Secondo la burocrazia europea, le nuove norme sulle accise permetteranno al Paese balcanico di procedere con i lavori di costruzione dell'autostrada, di fare importanti aggiustamenti di bilancio, di avvicinarsi strutturalmente al resto d'Europa e di garantire stabilità complessiva a livello macroeconomico.
Neanche una parola sul fatto che i bosniaco erzegovesi siano uno dei popoli più poveri d'Europa, con un tasso di disoccupazione che sfiora il 50 per cento della popolazione attiva, che negli ultimi quattro anni più di 150.000 cittadini siano emigrati a causa della disperazione e che la vera grande emergenza nel Paese non sia quella di introdurre nuove tasse ma è quella della mancanza di giustizia e della corruzione diffusa (anche negli stessi partiti che hanno approvato la legge in parola).
L'Europa dei burocrati vince una nuova partita; la povera gente di Bosnia ormai è abituata a perdere da almeno trent'anni...

giovedì 14 dicembre 2017

14 dicembre 1995, firmati a Parigi gli Accordi di Dayton

Il 14 dicembre 1995, a Parigi, venivano firmati gli Accordi di Dayton, formalizzati nell’Ohio (Usa) neanche un mese prima.
Gli Accordi – che, tra le altre cose, riconoscevano l’intangibilità delle frontiere – mettevano fine formalmente (nella realtà, ad esempio, l’assedio di Sarajevo sarebbe durato fino al febbraio dell’anno dopo, giungendo al record assoluto di 1.445 giorni) al conflitto bosniaco-erzegovese del 1992-1995, lasciando un Paese devastato e rimandato strutturalmente indietro nel tempo di mezzo secolo, oltre a circa 104.000 morti sul terreno.
I numeri di quella guerra fanno paura e sarà bene ricordarne qualcuno, anche a beneficio dei tanti negazionisti e dei troppi nazionalisti ancora oggi intenti a disseminare odio e a girare il coltello nella piaga di un dopoguerra particolarmente doloroso e instabile. Oltre alle vittime, di cui sopra (il 68% circa delle quali appartenenti al gruppo musulmano-bosniaco, il 26% circa a quello serbo-bosniaco, poco più del 5% a quello croato-bosniaco, più un migliaio di “altri” a chiudere le statistiche dell’orrore), relativo alle vittime accertate di quella guerra, vanno senz’altro ricordati i 2,2 milioni circa di sfollati, gli 1,5 milioni di profughi che ancora oggi costituiscono in gran parte la diaspora bosniaca all’estero, i circa 16.000 desaparecidos e alcuni degli episodi più spaventosi, come i 10.701 morti del genocidio di Srebrenica, il ritorno dei campi di sterminio in Europa (ad esempio Omarska nei pressi di Prijedor), la pulizia etnica integrale di Višegrad e molti altri ancora.

Oggi, ventidue anni dopo, ancora molti idioti continuano a soffiare sulle braci ancora calde per far piombare di nuovo la Bosnia Erzegovina nell’incubo. Alle persone di buona volontà il compito di raccogliere e tramandare memoria per fare sì che non si ripeta di nuovo.

mercoledì 13 dicembre 2017

Christiana Ruggeri miglior scrittrice del 2017 per #PuntoLettura


La seconda edizione del Premio Letterario promosso dalla seguitissima pagina Twitter #PuntoLettura ha proclamato la nostra Christiana Ruggeri “Miglior Scrittrice del 2017” grazie al libro I dannati. Reportage dal carcere venezuelano più pericoloso del mondo.

I dannati è un coraggioso reportage sul Venezuela, Paese ormai completamente allo sbando, con centinaia di migliaia di bambini che soffrono la fame e in cui chi si trova in carcere, diventa invisibile. Ma è proprio dal carcere di San Juan de Los Morros, una struttura gestita dai narcotrafficanti, dove le guardie bolivariane non entrano, che si leva il grido disperato di Rico, un piccolo spacciatore, che raccoglie di nascosto le storie dei suoi compagni di vita, per dare un senso ai suoi giorni. Malato e stanco, prima di morire affida il suo reportage dalla fine del mondo, alla goccia bianca, la suora-maestra del PGV (Penitenciaría General de Venezuela).
“La situazione all’interno degli istituti di pena (e anche nei centri di detenzione pre-processuale) in Venezuela è tragica. Il racconto di Riccardo, riportato in questo libro, lascia senza fiato. E Christiana Ruggeri è straordinariamente brava nel renderlo testimonianza drammatica, incalzante, nello scriverne come se avesse visto coi suoi occhi”. (Riccardo Noury)
“La Penitenciaría non è uno strumento di contrasto alla criminalità, ne è semmai la roccaforte. L’inferno di violenza e di ferocia che il libro descrive non è costruito per ridurre il crimine o i reati, ma per comprimerli in uno spazio circoscritto in cui gestirli, monitorarli e, quando è possibile, valorizzarli, ovvero estrarne valore economico attraverso una gestione corrotta del carcere. In questo modo non si contrasta né si riduce la criminalità, ma si prova a relegarla in uno spazio, materiale e simbolico, diverso dal nostro. E questo, che piaccia o meno, accade in ogni Paese al mondo”. (Alessio Scandurra)
Con il patrocinio di Antigone Onlus

Il libro:
Titolo: I dannati. Reportage dal carcere venezuelano più pericoloso del mondo
Autrice: Christiana Ruggeri. Prefazione di Riccardo Noury, introduzione di Alessio Scandurra
€ 14,00 – pag. 168
Con il patrocinio di Antigone onlus


Christiana Ruggeri, giornalista in forza agli Esteri del Tg2, gira il mondo per raccontarlo. Da sempre attenta ai diritti umani, si interessa della situazione delle donne e dei bambini, soprattutto in Africa e nell’America Centrale e Latina, dove ha partecipato a diverse missioni umanitarie. Con Giunti ha pubblicato con successo Dall’Inferno si ritorna (2015) e, per gli ottant’anni del campo di Sachsenhausen, la nuova versione de La lista di Carbone (2016), già finalista al Premio Bancarella.
Con la nostra casa editrice ha pubblicato I DANNATI. REPORTAGE DAL CARCERE VENEZUELANO PIU' PERICOLOSO DEL MONDO (2017).

lunedì 4 dicembre 2017

Comunicazioni importanti: Piùlibri piùliberi 2017, nuovo sito Web e distribuzione nelle librerie

Dal 6 al 10 dicembre 2017 la nostra casa editrice sarà presente alla sedicesima edizione di “Piùlibri piùliberi”, la fiere della piccola e media editoria italiana che si svolge tradizionalmente a Roma. Quest’anno, per la prima volta, la manifestazione non si tiene al Palazzo dei Congressi dell’Eur ma presso la Nuvola, sempre all’Eur (da mercoledì 6 a domenica 10 dicembre, apertura dalle 10,00 alle 20,00) Per la precisione, si tratta dell’inaugurazione al pubblico della stessa Nuvola, con tutti i relativi disagi, di cui ci rendiamo conto da tempo sulla nostra pelle.
Per la nostra casa editrice si tratta dell’undicesima o della dodicesima partecipazione a “Piùlibri piùliberi”: onestamente abbiamo perso il conto, ma ci andiamo praticamente da quando siano nati, essendo la nostra data di fondazione l’8 novembre 2004.
Nei mesi scorsi abbiamo a più riprese palesato dubbi sulla nostra partecipazione alla manifestazione. Nel corso degli anni, a nostro giudizio, la manifestazione ha perso molto del suo appeal nei confronti del pubblico e i dati di vendita sono andati, anno dopo anno, inesorabilmente decrescendo, facendo diventare, nelle ultime cinque edizioni, la partecipazione alla fiera una remissione.
La novità rappresentata dalla Nuvola, l’insistenza di un amico fraterno editore e la disponibilità – inedita – dell’organizzazione ad ascoltare le nostre ragioni e ad adoperarsi per venire almeno parzialmente incontro alle nostre richieste ci ha spinto a partecipare di nuovo.
Poiché, però, non per tutti sono chiari i costi di partecipazione e i sacrifici che devono essere fatti per prendere parte a una simile manifestazione, sarà bene fare due conti nelle nostre tasche, per far comprendere come per una piccola casa editrice la partecipazione a eventi come “Piùlibri piùliberi” o altre fiere o festival del libro sia piuttosto onerosa e affatto scontata.
Al di là del fatto che i cinque giorni di fiera (secondo noi ingiustificati, perché la formula iniziale ne prevedeva quattro e a quei quattro bisognerebbe tornare) determinano un impegno personale di almeno sette giorni, che vanno conteggiati come lavoro perso, poi da recuperare; e al di là del fatto che la fiera del libro è, dal punto di vista fisico, un impegno molto duro; è l’aspetto economico a rappresentare sempre la principale preoccupazione, soprattutto in un Paese in cui l’editoria non ha alcuna protezione e in cui gli editori sono semplici mucche da mungere per quasi tutta la filiera, Stato incluso. Anzi, in testa.
Tra iscrizione alla manifestazione, spese di spedizione dei pacchi, assicurazioni, costi di trasferta, vitto e alloggio e altri costi accessori, la partecipazione a una fiera del libro come “Piùlibri piùliberi” rappresenta per noi un costo complessivo di circa 3.500 euro, ai quali vanno poi aggiunti i costi dei libri, perché stampare un libro costa e quando vendi una copia il costo unitario di quella copia va scalato dall’incasso. Alla fine, quindi, si arriva a dover coprire un costo di circa 4.000 euro, al quale vanno aggiunti i costi delle presentazioni, che quest’anno abbiamo coperto grazie al sostegno degli autori (copertura del costo della sala da parte loro in cambio di copie del loro libro), senza il quale sarebbe stato impossibile aggiungere questo costo ulteriore (a “Piùlibri piùliberi” quest’anno facciamo ben cinque presentazioni, con ospiti molto importanti, e la sala più piccola costa 120 euro più Iva al 22% per 50 minuti di incontro).
Evidentemente per chi “gioca in casa” (ma non è il nostro caso, come quello di molti altri editori) i costi sono più abbordabili, ma restano comunque spese ingenti da affrontare anche per il solo affitto dello spazio espositivo e per l’allestimento dello stand.
Per coprire costi quali quelli sopra riportati e considerare una fiera del libro non una remissione (eccessiva) bisogna riuscire a vendere almeno 300 copie, numero (insufficiente) che ormai in ben pochi possono raggiungere. Per guadagnare qualche euro, i libri dovrebbero essere almeno 400, obiettivo possibile solo per ben pochi editori. Si va comunque “sotto”, dunque, ma si cerca di dare un valore “economico” ai cosiddetti “contatti”, ovvero a quell’universo di rapporti umani e professionali che si instaurano con promotori, distributori, aspiranti autori, autori già sotto contratto, librai, grossisti, amici degli amici, lettori, colleghi, giornalisti, bibliotecari e altri ancora per fare in modo di “uscirci fuori” in qualche modo.
Poiché negli ultimi anni ci si è “usciti” sempre meno, e poiché non crediamo sia sbagliato sia darsi degli obiettivi sia spiegare al pubblico come funzionano questi eventi, quest’anno ci siamo dati un obiettivo perentorio. Non superarlo vorrà dire non tornare a “Piùlibri piùliberi” nel 2018 e negli anni a venire. Idem con tutte le altre manifestazioni librarie.
A questo proposito, va detto che il prossimo anno non parteciperemo a nessuna delle due fiere milanesi di marzo, per motivi più vari, non ultimo il cambio di distributore al quale ci stiamo preparando, che sta avendo e avrà un costo non indifferente, ivi incluso per la comunicazione ricevuta lo scorso 13 ottobre da parte del nostro attuale distributore, il quale ha “ben” pensato di ripianare le sue difficoltà economiche andando in concordato preventivo continuativo, il che vuol dire che il pagamento delle nostre fatture da marzo 2017 al 13 ottobre 2017 è stato congelato e che probabilmente perderemo molta parte di ciò che ci spetta e che riceveremo chissà quando quel che pure abbiamo onestamente guadagnato. Il rapporto tra Italia e cultura è anche questo. A ben pochi tra coloro a cui dovrebbe importare pare che importi, a cominciare dal ministero della Cultura, ma è bene che tutto questo si sappia, perché nascondere la polvere sotto il tappeto è quanto di peggio si possa fare. Naturalmente – si fa per dire… – sarà difficile trovare i nostri libri in libreria nel mese di dicembre (ma è una tendenza che purtroppo va avanti, nostro malgrado, da qualche mese). Abbiate pazienza, venite ad acquistare sul nostro sito e vedrete che da gennaio 2018 tutto cambierà in meglio. Anzi, molto meglio.
Un ultimo breve paragrafo lo dedichiamo, in chiusura, al nostro nuovo sito. Stiamo lavorando per implementarlo e per migliorarlo ulteriormente e non c’è giorno che non si faccia qualcosa di nuovo. Riceviamo gradimenti diffusi per il nuovo sistema di e-commerce, che facilita e sveltisce tantissimo le procedure rispetto al precedente. Se qualcuno dovesse avere qualche problema nella visualizzazione del menu di sinistra con la lista delle collane editoriali, non deve fare altro che modificare leggermente la visualizzazione sul suo computer. Farlo è molto semplice: spingete il pulsante control (Ctrl) e agite delicatamente con la rotellina del mouse. In questa maniera potrete ingrandire o rimpicciolire leggermente il sito visualizzando tutto nel modo migliore. Il sito è ottimizzato per girare su dispositivi mobili e, per quanto riguarda desktop e laptop, su Chrome, oggi il browser più usato, e su Mozilla. Aspettiamo in ogni caso suggerimenti, consigli e altro.
Grazie.
Ci vediamo – speriamo – a Roma, augurandoci che la scelta di libri e i valori che portiamo con noi siano di vostro gradimento.


giovedì 23 novembre 2017

Oggi e domani incontri sulla Bosnia a Montebelluna e a Venezia

Carissimi,
vi ricordo - come da locandine allegate - gli incontri di oggi e domani rispettivamente a Montebelluna e a Venezia. All'indomani della condanna all'ergastolo di Ratko Mladic, gli incontri assumono un significato ancora maggiore.
A più tardi o a domani, sempre numerosi.

mercoledì 22 novembre 2017

Ratko Mladić condannato all’ergastolo in primo grado

L’ex capo di stato maggiore dell’autoproclamata Repubblica serba di Bosnia, il già generale Ratko Mladić, è stato condannato dal Tribunale penale internazionale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia (Tpi) de L’Aja all’ergastolo, come richiesto dalla Procura generale. Mladić è stato condannato per il genocidio di Srebrenica, per crimini contro l’umanità e per la violazione delle leggi di guerra in materia di trattamento dei prigionieri, il tutto in riferimento a molteplici fatti di sangue avvenuti durante la guerra di Bosnia Erzegovina, tra il 1992 e il 1995.
Mladić e il suo avvocato questa mattina in aula prima della sentenza si sono lasciati andare a comportamenti ostruzionistici; per questa ragione l’ex generale è stato fatto allontanare in un’altra aula, dove ha potuto ascoltare la sentenza.
La condanna ai danni di Mladić, pur segnando una pagina storica del conflitto bosniaco-erzegovese, non è ancora definitiva e certamente la vicenda giudiziaria del cosiddetto “boia di Srebrenica” si arricchirà di altre pagine, fino alla sentenza di secondo grado.
Mladić è stato condannato in particolare per genocidio, persecuzione, sterminio, omicidio e atti inumani per lo spostamento forzato di civili nell’area di Srebrenica nel luglio del 1995; per persecuzione, sterminio, omicidio, deportazione e atti disumani perpetrati in diverse municipalità della Bosnia Erzegovina; per omicidio, terrore e attacchi illegali contro i civili durante l’assedio di Sarajevo; per la presa in ostaggio di personale delle Nazioni Unite. Allo stesso tempo, è stato assolto dall’accusa di aver perpetrato genocidio in altre aree della Bosnia Erzegovina, diverse da Srebrenica, nel 1992.
Le parole pronunciate contro Mladić durante la lettura della sentenza da parte del presidente della giuria, Alphons Orie, sono state pesanti come macigni, ma di certo non sposteranno di un millimetro le posizioni dei negazionisti e di coloro che ritengono da sempre un personaggio come l’ex generale, macchiatosi degli abomini sopra elencati, un “eroe”.
Mladić era stato rinviato a giudizio già nel luglio del 1995, in contumacia, ma il processo ai suoi danni è potuto cominciare solo il 16 maggio 2012, dopo una lunghissima latitanza dorata, favorita da organi sia dello Stato serbo che dell’entità della Repubblica serba di Bosnia. I giudici hanno tenuto 530 giorni di udienza, hanno sentito 592 testimoni e consultato oltre diecimila documenti ammessi in giudizio. Tra il 5 e il 15 dicembre 2016 sono stati esposti gli argomenti finali da parte di accusa e difesa e da allora si è attesa la sentenza di primo grado. Che considerare un atto dovuto è il minimo.

Incluso Mladić sono 161gli accusati di crimini di guerra processati dal Tribunale de L’Aja. Al momento, compreso quello contro Mladić, solo sei di questi procedimenti sono in corso, mentre gli altri 155 si sono conclusi.

mercoledì 15 novembre 2017

Giovedì e venerdì di incontri in Sicilia

Giovedì 16 e venerdi 17 due incontri in Sicilia organizzati da Amnesty International per VISEGRAD. L'ODIO, LA MORTE, L'OBLIO. A seguire, altri incontri fino all'inizio di dicembre tra Veneto, Emilia e Lazio.
NOVEMBRE
Giovedì 16 novembre, PALERMO, Real Fonderia Oretea, ore 17,00; dialogo con Giuseppe Provenza, Coordinamento Europa di Amnesty International, moderato da Maria Vittoria Cerami, responsabile del Gruppo 233 di Amnesty International; organizza il Gruppo 233 di Amnesty International.
Venerdì 17 novembre, MARSALA, Complesso monumentale San Pietro, ore 16,30; organizza Amnesty International.
Giovedì 23 novembre, MONTEBELLUNA, Biblioteca comunale, in definizione; organizza il Gruppo di Montebelluna di Amnesty International. “Alla vigilia del 25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, lo scrittore e giornalista Luca Leone e Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, ricordano le guerre dei Balcani negli anni Novanta e la pressoché totale assenza di giustizia, riparazione e assistenza psico-fisica per le decine di migliaia di ragazze e donne che furono vittime di stupri in quel conflitto al centro dell'Europa”.
Venerdì 24 novembre, CASTELFRANCO VENETO, scuola, ore 9,00.
Venerdì 24 novembre, VENEZIA, Metri cubi, San Polo 2003, ore 19,00.
DICEMBRE
Venerdì 1 dicembre, REGGIO EMILIA, Centro congressi Simonazzi c/o Cisl Reggio Emilia, via Turri 55, ore 18,00; organizzano Iscos Emilia Romagna e Cisl Emilia Romagna.

Martedì 5 dicembre, ROMA, Libreria L’orto dei libri, via dei Lincei 31, ore 19,00.
Come sempre, vi aspetto numerosi.

mercoledì 8 novembre 2017

La Bosnia, il fantasma di Churkin e il negazionismo serbo su Srebrenica

Lo scorso 5 novembre un’associazione di “patrioti” serbo-bosniaci, in collaborazione con l’ambasciata russa in Bosnia Erzegovina e il comune di Sarajevo Est, ha inaugurato una grossa targa nera in memoria dell’ex rappresentante diplomatico russo presso le Nazioni Unite Vitaly Churkin, l’uomo che nel 2015 s’è opposto all’approvazione da parte del Consiglio di sicurezza dell’Onu di una risoluzione che, vent’anni dopo, riconosceva il genocidio di Srebrenica. Risoluzione che il rappresentante dei “patrioti” serbo-bosniaci ha definito “vergognosa e perfida”, sorvolando sui 10.701 morti del genocidio e su tutto il resto.
Sarajevo Est è così riuscita laddove finora hanno fallito gli ultranazionalisti serbo-bosniaci di Srebrenica negli ultimi due anni. Tace l’Alto rappresentante della comunità internazionale in Bosnia, ma si tratta dell’ennesima pugnalata alle spalle della pace e della stabilità nel Paese balcanico, che tira in ballo inevitabilmente anche la pace e la stabilità in tutto il continente. Una volta di più – ma su questo ormai non possono più esserci dubbi – con il pieno sostegno di Mosca, in questo inquietante secondo tempo della guerra fredda.

lunedì 6 novembre 2017

Buon tredicesimo compleanno Infinito edizioni!

Infinito edizioni festeggia (con il nuovo sito Web) il tredicesimo compleanno con un’offerta imperdibile: solo fino a domenica 12 novembre le spese di spedizione, per un ordine fino a 2 kg, saranno di € 0.99 invece che € 3.99 e in più, per ogni acquisto, un prezioso libro del nostro catalogo in omaggio.

Non perdete l'opportunità di festeggiare con noi!!

martedì 31 ottobre 2017

Bosnia, emorragia umana senza sosta

Dalla Bosnia Erzegovina in mano alle oligarchie politiche e criminali sono andate via 151.000 persone negli ultimi quattro anni. Lo riferisce l’agenzia Fena citando una ricerca compiuta dall’Unione per il ritorno sostenibile e le integrazioni in collaborazione con un centinaio di organizzazioni non governative locali. Per una popolazione censita in occasione del discusso referendum del 2013 in circa 3,5 milioni di persone, si tratta di un’emorragia spaventosa, l’ennesima negli ultimi venticinque anni. Va ricordato che oltre un milione di cittadini bosniaco-erzegovesi vive già all’estero e costituisce la cosiddetta diaspora. La povertà, la criminalità, la mancanza di lavoro, la radicalizzazione dei nazionalismi, la totale mancanza di risposte della politica ai bisogni delle persone, i continui scandali, l’assoluta mancanza di prospettive sono le ragioni principali per le quali le persone lasciano il Paese, stante anche l’incapacità dell’Unione europea di assumere decisioni che contrastino con la polarizzazione politica all’interno di pochi gruppi oligarchici impuniti e sostenuti internazionalmente. Non sono solo i giovani ad andare via, ma spesso sono le madri di famiglia, che all’estero cercano di trovare un reddito per permettere alle loro famiglie di sopravvivere in patria. Intere zone del Paese sono oggetto ormai di un diffuso spopolamento, come nella Bosnia orientale e in quella settentrionale, ma non è ben chiaro se si tratti di un preciso disegno politico o di semplice cecità di chi governa. Quel che è chiaro è invece che appezzamenti sempre più ampi di terreno sono oggetto dell’interesse di gruppi arabi ed europei, che acquistano a prezzi irrisori, certo non casualmente.

martedì 24 ottobre 2017

Poche ore per il nuovo sito www.infinitoedizioni.it

Cari Amici,
dalle 18,00 circa del 23 ottobre 2017 potreste riscontrare problemi sia nel navigare sul nostro sito www.infinitoedizioni.it sia nel comunicare con noi via posta elettronica.
I problemi di cui sopra sono dovuti al fatto che, come preannunciato circa un mese fa, tra la fine del 24 ottobre e il 26 ottobre circa prenderà corpo la seconda delle tre grandi novità del 2017. Se la prima novità era il passaggio con la società Emme Promozione per quanto riguarda la promozione editoriale dei nostri libri, la seconda è legata al nuovo sito Web, che metteremo appunto online nei prossimi giorni. E di cui qui potete vedere una piccolissima anteprima in questa immagine. Poiché il caricamento del nuovo sito – dietro cui ci sono mesi di lavoro a fari spenti – coincide anche con il cambiamento di hosting, che coinvolge inevitabilmente anche le caselle di posta elettronica, ecco spiegato il perché delle 48 ore di “buio” internettiano che ci prepariamo a vivere.
Fino al 26 ottobre, in ogni caso, sarà disponibile per le emergenze la casella e-mail infinitoedizioni@gmail.com
Speriamo che il nuovo sito vi piaccia.
La navigazione è molto più agile, è pensato per girare sui dispositivi mobili, è molto più dinamico del vecchio e molto più divertente sia da navigare che da sviluppare. È possibile che nei primi giorni di vita del sito possano riscontrarsi dei problemi, ma con il vostro aiuto andrà in breve tutto a posto. Tra i problemi riscontrabili, c’è senz’altro il mancato caricamento di una settantina di e-book, al quale avremo modo di porre rimedio man mano nelle prime settimane di vita del nuovo sito. In ogni caso tutti gli e-book continuano a essere disponibili sulle decine di store online presso i quali sono normalmente in vendita e molto presto saranno disponibili anche le versioni e-book degli ultimissimi libri, rispetto alle quali siamo rimasti indietro.
Arrivederci a fine 2017 con l’ultima grande novità di quest’anno di grandi cambiamenti. E speriamo che il nuovo sito Web piaccia a voi tanto quanto piace a noi.
Grazie per la pazienza e per la collaborazione gentilissima che ci darete.


Infinito edizioni

Caporetto 1917: fu resa o battaglia?


Ricorre il prossimo 24 ottobre il centenario della dodicesima battaglia dell’Isonzo, meglio conosciuta come battaglia o disfatta di Caporetto. Abbiamo chiesto allo storico Valerio Curcio, che ha curato l’introduzione al romanzo storico di Daniele Zanon Nina nella Grande Guerra, un commento sui fatti di quel giorno.

A cent’anni di distanza siamo ancora qua a discutere su cosa rappresentò veramente per il Regio Esercito Italiano quel che accadde dalla notte sul 24 ottobre 1917. L’episodio è noto in tanti modi, tutti coniugati al negativo, ancor oggi sinonimi di infausti presagi; rotta, disfatta, resa, disastro, catastrofe. In pochi hanno sentito parlare di battaglia di Caporetto. Probabilmente la sfumatura negativa si deve al revisionismo storico durante il ventennio fascista o al famoso bollettino di Cadorna nel quale si additavano i soldati italiani di viltà e tradimento, quali unici responsabili dei fatti accaduti.
In occasione del Centenario la discussione si è riaperta; oggi abbiamo a disposizione una gran mole di documenti che, nella maggior parte dei casi, si discosta in modo anche deciso dalla storiografia ufficiale, quest’ultima viziata dal revisionismo imposto durante il ventennio fascista.

lunedì 23 ottobre 2017

“Nina nella Grande Guerra” cento anni dopo Caporetto

Nina nella Grande Guerra” è un romanzo storico, in equilibrio fra storia e finzione. Quale peso hanno avuto nella narrazione i due termini, cioè l’invenzione narrativa e il rigore storico?
Nina nella Grande Guerra è romanzo storico in senso ampio. La narrazione si sviluppa attorno a fatti successi realmente, ma questi fatti vengono messi in relazione attraverso il vissuto di personaggi che sono frutto di fantasia. Storie minori e personaggi inventati servono a portare all’attenzione del lettore la verità di fatti storiograficamente importanti.
Quali sono allora questi fatti veri su cui si costruisce il plot del romanzo?
I fatti sono sostanzialmente tre.
Il primo: due giorni prima della rotta di Caporetto arrivano al comando italiano di Cividale due disertori romeni. Questi consegnano in mani italiane il piano di attacco austriaco così come si sarebbe verificato il 24 ottobre.
Il secondo: il comando di Cividale, in conseguenza a questa informazione, decide di mandare in località Foni, poco distante da Caporetto, uno dei due reggimenti che compongono la brigata Napoli, così da arginare lo sfondamento del giorno dopo. Sono cinquemila uomini. Troppo pochi, comunque. Non avrebbero avuto alcuna possibilità di fare la differenza. Ma il giorno dopo la brigata Napoli non sarà al posto designato. Tutti quei soldati se ne staranno nascosti nelle alture circostanti. Questo è ciò che succede.
Il terzo fatto è davvero piccolo e insignificante ma mi conquistò più di tutti appena ne venni a conoscenza, tanto da farne il vero cuore del romanzo. Nei giorni successivi lo sfondamento di Caporetto, dopo la sostituzione di Cadorna col generale Diaz, viene dato l’ordine di scavare una trincea bassa, 30 chilometri sotto la linea del Piave. La trincea, che seguiva la linea Treviso-Vicenza, sarebbe servita ad arginare un eventuale sfondamento dell’esercito nemico anche sulla linea del Piave. Durante lo scavo della trincea, a Galliera Veneta, viene tirato fuori un morto. Un morto sepolto. E la cosa è assolutamente incredibile.
Un morto non era cosa poi così incredibile nello scenario di quei giorni.
Un morto in guerra no di certo. Ma quel morto, fra l’altro sepolto da non molto, è saltato fuori da uno scavo fatto in mezzo a un campo, dove per caso passava la linea della trincea, in mezzo a un campo confiscato dall’esercito. Quel morto era stato sepolto lontano dal cimitero, ovviamente da qualcuno che non voleva si sapesse. Chi era quel morto? Chi l’aveva sepolto?
Appunto, chi era?
Nessuno l’ha mai saputo. E non venne fatta neppure nessuna indagine dai carabinieri di Galliera Veneta di quel tempo.

venerdì 20 ottobre 2017

22 ottobre 1992, a Višegrad va in scena il massacro di Sjeverin

Višegrad, Valle della Drina, Bosnia orientale: qui dal 19 maggio 1992 comandano i cugini Milan e Sredoje Lukić, sanguinari paramilitari serbo-bosniaci che, con le loro Aquile bianche, un gruppo di assassini ancora oggi in larga parte impuniti, impongono alla cittadina e ai villaggi nei dintorni un regime del terrore e dell’orrore.
I due cugini si rendono protagonisti di una serie di episodi tremendi e con operazioni di rastrellamento, deportazioni e omicidi di massa di decine di civili all’interno di case private compiono una completa pulizia etnica ai danni dei musulmani-bosniaci – che costituivano il 63 per cento della popolazione locale. Circa tremila persone vengono uccise e fatte scomparire.
Il 22 ottobre 1992 sedici musulmani-bosniaci, quindici uomini e una donna, in viaggio per motivi di lavoro, sono rapiti sull’autobus di linea serbo che viaggiava da Sjeverin a Priboj, in Serbia. L’autobus viene fermato dal gruppo paramilitare serbo-bosniaco delle Aquile bianche, al comando di Milan Lukić, a circa due chilometri dalla cittadina serbo-bosniaca di Rudo. Dopo aver controllato i documenti di tutti i passeg­geri, i paramilitari ordinano ai “non-serbi” di scendere dal mezzo. I bo­sniaci saranno caricati su un camion davanti al bar Amfora, brutalmente torturati nell’hotel Vilina Vlas, portati sulla riva della Drina, uccisi e i corpi gettati nel fiume. L’unico musulmano sull’autobus a salvarsi è Ad­mir Đikić, 13 anni, che ha la prontezza di riflessi di nascondersi dietro Ilija e Desa Kitić, una coppia di serbo-bosniaci che gli salvano la vita dichiarandolo loro figlio. La strage dei passeggeri di Sjeverin è il primo caso in cui i para­militari serbo-bosniaci assassinano non dei musulmani-bosniaci cittadini della Bosnia Erzegovina, ma dei musulmani-bosniaci cittadini serbi. Per i fatti della cosiddetta strage di Sjeverin a oggi sono stati condannati solo quattro responsabili, ovvero Milan Lukić, che ha avuto l’ergastolo per la somma dei suoi crimini, Dragutin Dragićević e Oliver Krsmanović, cui sono stati comminati vent’anni di carcere, e Đorđe Šević, che ha avuto quindici anni.
Questa e tante altre vicende sono narrate in Višegrad. L’odio, la morte, l’oblio (Infinito edizioni, 2017), reportage scritto sul campo dal giornalista Luca Leone.

Processo Mladić, possibile sentenza di primo grado il 22 novembre

I giudici del Tribunale penale internazionale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia (Tpi) potrebbero emettere il prossimo 22 novembre la sentenza di primo grado nell’ambito del processo per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità istruito contro l’ex capo di stato maggiore serbo-bosniaco, l’ex generale Ratko Mladić. Ne ha dato notizia lo stesso Tpi.
Per Mladić, 74 anni – da molti ribattezzato “il boia di Srebrenica” o “Il macellaio di Srebrenica” –, la Procura generale del Tpi ha chiesto la condanna all’ergastolo.
Qualunque sia la sentenza di primo grado, è quasi certo che il processo contro Mladić non si concluderà prima della sentenza di appello.
La latitanza di Mladić, protetta sia da elementi interni alle istituzioni serbe che serbo-bosniache, si è protratta fino al 26 maggio 2011, quando è stato arrestato e successivamente estradato a L’Aja. Il processo è cominciato un anno dopo.

venerdì 13 ottobre 2017

1-5 novembre: Prijedor, Doboj, Brčko, Vukovar, Jasenovac



Motori quasi caldi e gruppo quasi pronto per il viaggio dell'1-5 novembre 2017 a Prijedor, Doboj, Brčko, Vukovar, Jasenovac. E altro ancora, dalla piega molto interessante che sta prendendo l'organizzazione. Ma per ora meglio non scoprire le carte. Con me e Stefano Donà questa volta c'è Silvio Ziliotto, grande amico e traduttore. Incontreremo persone, vedremo luoghi, conosceremo associazioni e alcune pagine della storia europea del Novecento fin qui molto poco narrate. Al momento abbiamo ancora solo 6-7 posti liberi. Se ci fossero persone interessate a venire a fare quest'esperienza, i contatti sono sul volantino presente in questa pagina. Buon fine settimana. 

giovedì 12 ottobre 2017

Cinque bambini, un arco e un assassino…: la fotografia dell'Italia di oggi e di domani?

Oggi in pausa pranzo me ne stavo tranquillo e sereno al campo di tiro con l’arco. Tranquillo e sereno si fa per dire, perché domenica c’è l’esordio stagionale indoor e l’arco, quando tra infortuni e trasferte di lavoro non ti alleni da mesi, ti presenta sempre il conto. Un conto molto salato.
Comunque, me ne stavo lì, sotto al tunnel, a provare a scoccare dai 18 metri qualche freccia decente, quando d’improvviso sento un rumore sordo alla mia sinistra. Stavo per tirare, quindi provo a non farci caso, ma il risultato è un inevitabile 5. Che diavolo succede? Do un’occhiata fuori e vedo che, affacciati alla ringhiera sul muretto che divide il campo di tiro con l’arco dalla scuola materna, c’è un gruppetto di cinque bambini appesi all’ombreggiante.
Spesso a pranzo è così, quindi non ci faccio caso e vado avanti. O, almeno, ci provo. Dopo poco un altro rumore sordo, poi ancora. Stanno tirando verso il tunnel – e verso di me, che me ne sto là dentro – sassi e bastoni. Sono tentato d’uscire ma decido di lasciar correre, certo che le maestre interverranno. Come non detto. Non solo i cinque continuano con il lancio di sassi e bastoni, ma uno di loro urla contro di me una parola terribile: “Assassino”. In vita mia me ne hanno dette un po’ di tutti i colori, visto anche il lavoro che faccio, ma “assassino” è la prima volta. Mi ha fatto malissimo. Ho provato ad andare avanti, confidando nell’intervento delle maestre, ma il linciaggio è continuato, e alla voce del primo bimbetto via via se ne sono aggiunte un’altra, poi una seconda, infine una terza: “Assassino”, gridavano a un certo punto in quattro. E poi, con grida sempre più selvagge, il capobranco: “Muori!”. Solo una vocina fuori dal coro diceva, flebile: “Non è vero, non è un assassino, lui tira solo con l’arco…”.
Misura colma: ho posato l’arco, le frecce e sono uscito fuori. Due gesti repentini: stop ai cinque che tentavano la fuga, secco invito a una delle due maestre – la più giovane – di avvicinarsi, mentre le più anziana si allontanava. Ho fatto il mio discorsetto, ho spiegato una serie di cose che credo fondamentali, anche a uso e consumo della deludente maestra, e me ne sono tornato nel tunnel, ma ormai le frecce andavano per conto loro e l’unica opzione possibile era tornarsene al lavoro, amareggiato.
Mi sono posto delle domande. Mi sono chiesto quanto violente possano essere le parole del padre di quel bambinetto, la sera a casa o nei fine settimana, per spingere un’anima ancora comunque candida ad andare in giro a dire certe cose. Con chi ce l’avrà mai quell’uomo? Chi sono gli assassini? Chi vorrebbe veder morire?
Ma la cosa più sorprendente è stata, attraverso quei cinque bimbetti e la loro insegnante, trovarsi impotente – ma fino a un certo punto – di fronte alla fotografia dell’Italia di oggi e di domani. Il 20 per cento di facinorosi e forcaioli; il 60 per cento di massa grigia, pavida, vigliacca, omertosa, pronta a schierarsi un po’ alla volta con chi strilla di più, senza chiedere ragioni; un 20 per cento di società civile che prova a usare l’arma della ragione e del dialogo, inevitabilmente inascoltata. E le istituzioni che si voltano dall’altra parte e lasciano stare.
Se questa è la fotografia del nostro Paese oggi e domani – e purtroppo lo è – abbiamo davvero poco di cui stare allegri.
Qualcuno potrà eccepire: non è l’Italia, è tutto il mondo che va così. Beh, ancora peggio, ancora più preoccupante, se ci pensate… c’è da rimboccarsi parecchio le maniche…

mercoledì 11 ottobre 2017

Cadorna sapeva: Caporetto 100 anni dopo


Cadorna e le alte sfere dell’esercito sapevano dello sfondamento. Sapevano, e non hanno agito in conseguenza. Le informazioni, chiare e nitide, erano arrivate da più parti. L’esercito austro-ungarico stava ammassando le sue truppe ormai da più di un mese nei pressi di Tolmino, in faccia a Caporetto, dall’altra parte del confine.
La prima fonte la troviamo nei fatti di Carzano del settembre del ’17. Un maggiore sloveno, tale Ljudevit Pivko, consegnò all’Italia un piano che, se messo in atto, in poche mosse, avrebbe potuto far vincere la guerra all’esercito italiano. Pivko in quel periodo prestava servizio a Carzano, in Valsugana, in quel momento territorio austriaco. Il maggiore rivelò che la strada fino a Trento era libera, che Trento stessa era sguarnita di uomini, che il grosso dell’esercito si stava spostando a est, a Tolmino appunto. L’Austria stava organizzando la madre di tutte le offensive.
Pivko ricevette ascolto e si tentò di attuare il suo piano, ma i fatti di Carzano finirono in tragedia.
Ora, al di là delle motivazioni di quel fallimento, ciò che ci interessa è semplicemente lo strascico che quella storia ha avuto, o meglio, che non ha avuto. Perché anche se quella storia era finita male, a Cadorna rimaneva in mano la grande informazione. Il grosso dell’esercito austriaco era in faccia a Caporetto, pronto a sfondare. Non mancava molto. Tuttavia, il generalissimo rimase immobile.
Non bastasse, ulteriore conferma dello sfondamento arrivò a Cadorna qualche settimana più tardi. A metà ottobre un ufficiale ceco, disertore austriaco, portò l’informazione che un grande contingente germanico si stava organizzando per un massiccio attacco davanti a Tolmino. Dopo qualche giorno, il 21 ottobre, altri due disertori, romeni questa volta, portarono addirittura l’ordine di attacco preciso che l’Austria avrebbe messo in atto.
Alle 2,00 bombe a gas. Alle 6,00 fuoco di distruzione. Alle 8,00 attacco in fondovalle. Alle 15,00 a Caporetto.
E così andarono le cose.
Tutto quello che fece Cadorna, dopo l’ennesima conferma dello sfondamento imminente, fu di inviare la brigata Napoli, la sera precedente al 24 ottobre, in località Foni, esattamente davanti a Tolmino, in direzione Caporetto. Un pugno di uomini ad arginare un esercito. Al mattino, la brigata Napoli non si fece trovare al posto designato. Forse la notizia di quanto stava succedendo era in qualche modo arrivata fino a loro e scelsero di sottrarsi a quel sacrificio inutile. Ma la storia della brigata Napoli in quella notte non è rilevante. La vera questione rimane legata a Cadorna.
Qualsiasi stratega militare, nel mezzo di una guerra tanto maledetta, con un’informazione tanto chiara fra le mani, avrebbe fatto una sola cosa, difficile anche solo da pronunciare, ma unica scelta possibile. L’unico ordine militarmente sensato sarebbe stato quello di bombardare Tolmino con artiglieria pesante, far disperdere l’esercito nemico, rompere gli schieramenti. Lì c’era un formicaio di uomini pronto a riversarsi in Friuli. Le linee di tiro erano facili e le possibilità di riuscita evidenti.
Perché Cadorna non l’ha fatto? Perché non ha agito?
La domanda rimane, e rimarrà, forse per sempre, senza una risposta.

Il racconto dei fatti di Carzano è contenuto nel romanzo Il Battaglione Bosniaco, di Daniele Zanon e Valerio Curcio.
La storia dei disertori romeni e il perché dell’assenza della brigata Napoli a Foni, sono i pilastri del romanzo storico Nina nella Grande Guerra, di Daniele Zanon.

martedì 10 ottobre 2017

10 ottobre, Giornata mondiale contro la pena di morte

Il 10 ottobre è una data importante nell’elenco delle ricorrenze da celebrare perché si ricorda la
Giornata Mondiale contro la pena di morte, che ha iniziato a essere ricordata nel 2003. L'evento venne promosso dalla Coalizione Mondiale Contro la Pena di Morte, che riunisce organizzazioni non governative internazionali, ordini degli avvocati, sindacati e governi locali di tutto il mondo.
Nel nostro Paese l’abolizione della pena di morte era stata prevista già nel 1889 durante il Regno d’Italia, ma la pena capitale fu poi reintrodotta sotto il regime fascista. L’ultima esecuzione avvenne nel 1947, e la pena di morte fu abolita dalla Costituzione nel 1948 e, soltanto nel 1994, anche dal codice militare. Il nostro Paese, comunque, non è il fanalino di coda in Europa: la Città del Vaticano la rimuove dalla Legge fondamentale soltanto nel 2001, mentre la Francia la abolisce nel 1981, ma la esclude esplicitamente dalla Costituzione nei primi mesi del 2007. Il motivo di tale intervento ha lo scopo di rendere più difficile un suo eventuale reinserimento nel codice penale: infatti il leader di estrema destra Jean Marie Le Pen aveva proposto di reintegrarla sia nel 1994, a seguito di gravi fatti di sangue e nel 2004 per gli atti terroristici.
Attualmente la pena capitale è ancora applicata in 57 Paesi al mondo mentre 141 Paesi l’hanno abolita: ci sono diverse associazioni che lottano contro l’abolizione totale, tra le prime Amnesty International, che ha patrocinato il lavoro, composto da un libro e un dvd di e con Marco Cortesi dal titolo L’Esecutore. Ancora sul tema della pena di morte segnaliamo il Rapporto 2016-2017. La situazione dei Diritti Umani nel mondo, in cui Amnesty International documenta la situazione dei diritti umani in 159 Paesi e territori durante il 2016, segnalando gli Stati dove è ancora in vigore o dove è stata recentemente introdotta per punire dei reati. 

Srebrenica: assolto Naser Orić, la dura reazione serba e serbo-bosniaca

Il Tribunale di Sarajevo ha assolto, con non poca sorpresa generale, l’ex comandante paramilitare della difesa di Srebrenica durante l’assedio serbo-bosniaco, il musulmano bosniaco Naser Orić, dall’accusa di crimini di guerra contro civili in merito all’omicidio, nel 1992, di tre civili serbo-bosniaci in tre villaggi siti nei dintorni di Srebrenica. Si tratta dell’ennesima assoluzione inanellata da Orić nell’ambito dei processi intentati ai suoi danni in merito alle violenze perpetrate nel 1992 contro civili serbo-bosniaci da parte di squadre paramilitari musulmano bosniache, dopo che la prima aggressione serbo-bosniaca a Srebrenica era stata respinta e i musulmani bosniaci avevano ripreso il controllo della città, sostenendo un assedio che sarebbe durato fino al luglio del 1995 e si sarebbe concluso con l’omicidio a sangue freddo di 10.701 maschi musulmano bosniaci di età compresa dai 12 ai 76 anni, nella totale indifferenza dei caschi blu olandesi dell’Onu presenti in loco.
Dura la reazione del presidente serbo Aleksandar Vučić, secondo cui “le vite dei serbi evidentemente non valgono quanto quelle degli altri”. Una reazione scomposta e priva di visione da parte di un presunto ultranazionalista “pentito” e passato al campo moderato, che qualcuno già considera un punto di riferimento per la stabilità della martoriata regione balcanica. Alimentare il senso di persecuzione del bacino elettorale nazionalista serbo può essere positivo per il futuro politico di Vučić ma non certo per i già problematici equilibri dell’area. Come al solito distruttiva la reazione del presidente serbo-bosniaco Milorad Dodik, da mesi in difficoltà politica e quindi deciso a entrare a gamba tesa appena possibile pur di recuperare un po’ di credito politico e prolungare la sua permanenza sulla poltrona del potere. Dodik ha invitato tutti i serbi a lasciare le istituzioni statali bosniache, ponendosi di fatto una volta di più in continuità con le decisioni politiche del criminale di guerra Radovan Karadžić, condannato lo scorso anno dal Tribunale de L’Aja a quarant’anni di carcere. Eccessiva anche la reazione delle donne di Srebrenica, che hanno applaudito e abbracciato Orić, che loro considerano un eroe di guerra ma il cui operato – e quello dei suoi luogotenenti – a Srebrenica è ancora oggi pieno d’ombre e meriterebbe un vaglio più approfondito sia da parte della giustizia che da parte degli storici.

In ogni caso – e questo è un dato di fatto – sembra non esserci mai pace in Bosnia né per i vivi né per i morti.

lunedì 9 ottobre 2017

Venezuela, la vicenda del giornalista Roberto Di Matteo

"Adesso che il nostro collega italiano Roberto Di Matteo, è stato rilasciato dalle autorità venezuelane, con lo svizzero Filippo Rossi e quello venezuelano Jesus Medina, tiriamo un sospiro di sollievo”, commenta la nostra autrice, volto del Tg2, Christiana Ruggeri. “La vicenda di Di Matteo è stata seguita dalla Farnesina con grande attenzione, così come dalla FNSI, da Articolo 21 e dal sindacato venezuelano dei cronisti. Il fatto che i tre stessero conducendo un'inchiesta nel carcere di Tocoron, nello Stato di Aragua, dovrebbe però far riflettere sul tracollo di questo Paese. Dove almeno 27 penitenziari su 34 non corrispondono alle normative minime di legge. Dove i cartelli della droga continuano a imperare quasi indisturbati e a esportare all'estero meglio di prima. E dove il regime di Maduro tiene prigionieri ancora tremila tra manifestanti, intellettuali, persone comuni”.
Diventa sempre più attuale, dunque, la denuncia del libro-reportage pubblicato per la nostra casa editrice dalla giornalista Ruggeri dal titolo "I Dannati", sul PGV, nell'Estado Guarico, la prigione gestita dai narcos e da poco parzialmente smantellata, dove per 20 anni è successa l'ecatombe. “Nel carcere di San Juan de Los Morros pochi mesi fa è venuta alla luce una grande fossa comune. I pranes sopravvissuti, i capi narcos, si sono riorganizzati in altri càrcel. E stanno già facendo parlare di loro". 

Il libro:
Titolo: I dannati. Reportage dal carcere venezuelano più pericoloso del mondo
Autrice: Christiana Ruggeri. Prefazione di Riccardo Noury, introduzione di Alessio Scandurra
€ 14,00 – pag. 168
Con il patrocinio di Antigone onlus

domenica 1 ottobre 2017

Infinito edizioni, autunno di fondamentali “conti alla rovescia”

È per noi importante far sapere ai nostri lettori che, oltre alla consueta programmazione letteraria autunnale, la nostra casa editrice sta lavorando a grandi novità. E poiché queste novità si materializzeranno tutte entro la fine del 2017, da ora partono due importanti conti alla rovescia.
Il più e fondamentale countdown è quello che si concluderà esattamente tra 91 giorni, alla fine del 2017, del quale vi racconteremo diffusamente il 31 dicembre, poiché per la nostra casa editrice si tratta di una novità di importanza eccezionale.
Il secondo conto alla rovescia si concluderà invece tra il 21 e il 22 ottobre e rappresenta, dopo un anno di lavoro, un altro fondamentale tassello, che tutti potrete apprezzare facilmente.
A questo si aggiunga che l’8 novembre, tra poco più di un mese, Infinito edizioni compirà tredici anni di vita ed entrerà nel suo quattordicesimo anno con sempre più entusiasmo, mentre va ricordato il recente passaggio (in settembre) della nostra casa editrice con la società di promozione Emme Promozione.
Stiamo facendo grandi sforzi in un Paese che legge sempre meno perché ci crediamo e perché non vogliamo farci travolgere dalla mediocrità, che pare essere diventata il minimo comun denominatore dell’essere italiani, in questi ultimi anni.
Le novità servono a dare una scossa positiva ma anche a dare un esempio, o comunque a provarci: la nostra scelta è da sempre quella di lavorare duro per dare e proporre il meglio, sperando che i nostri sforzi possano contribuire, nonostante tutto, nonostante il totale disinteresse e lo snobismo volgare di tanti politici nazionali e amministratori locali, alla creazione di un Paese migliore. Nonostante tutto, appunto. E senza il timore di andare ed essere controcorrente.

La Corte d’Appello di Brescia “sconta” a vent’anni la condanna di Paraga

Dopo circa tre ore di camera di consiglio, la Corte d’Assise d’Appello del Tribunale di Brescia ha pronunciato una condanna a vent’anni ai danni di Hanefija Prjić, meglio noto come comandante Paraga, il leader paramilitare che il 29 maggio 1993 dette l’ordine di uccidere a sangue freddo sulla via che collega Gornji Vakuf con Travnik, la cosiddetta “strada dei diamanti”, i tre volontari italiani Sergio Lana, Fabio Moreni e Guido Puletti. Alla strage scamparono per miracolo, fuggendo disperatamente nei boschi, altri due nostri connazionali, Agostino Zanotti e Christian Penocchio. Paraga era stato condannato in primo grado all’ergastolo e la procura bresciana aveva chiesto la conferma della condanna anche in appello.
Ora il destino di Paraga è appeso a questioni procedurali e, qualora si decidesse di considerare parte della condanna i 13 anni e quattro mesi già da lui scontati in Bosnia e i due anni di carcerazione già affrontati in Italia dopo l’estradizione dalla Germania, dove il criminale di guerra era stato arrestato, l’uomo che diede l’ordine di giustiziare a sangue freddo gli innocenti volontari italiani potrebbe presto tornare un libero cittadino. Soddisfazione è stata espressa dal legale italiano di Paraga, mentre uno dei sopravvissuti all’esecuzione, Agostino Zanotti, come sempre si è sforzato di trovare il lato positivo nella condanna, seppur grandemente ridotta, esprimendo come sempre la sua fiducia nella legge. Rimangono invece a oggi ancora a piede libero i responsabili materiali dell’eccidio, uno dei quali sarebbe stato individuato ma non arrestato.

mercoledì 27 settembre 2017

Una poesia per Srebrenica

Anna Piccioni, una lettrice appassionata di Bosnia che ho avuto il piacere di incontrare a Trieste in occasione della recente e seguitissima presentazione del libro Višegrad. L'odio, la morte, l'oblio alla libreria Lovat, mi ha scritto una bella e-mail regalandomi questa poesia. Le ho chiesto di poterla condividere con tutti voi e lei mi ha dato volentieri il suo consenso. Ve la regaliamo, certi che la gradirete:

SREBRENICA

...e la natura attonita
sta a guardare
incredula...
Le stagioni si rincorrono nella loro
bellezza
Gli alberi nascondono e proteggono
le loro creature;
i profumi del sottobosco
si mescolano al dolciastro
odore del sangue...

27-30 settembre, le Quattro giornate di Napoli

Le Quattro giornate di Napoli (27-30 settembre 1943) furono un episodio storico di insurrezione popolare avvenuto nel corso della seconda guerra mondiale tramite il quale, i civili, con l'apporto di militari fedeli al cosiddetto Regno del Sud, riuscirono a liberare la città partenopea dall'occupazione delle forze armate tedesche.
L'avvenimento, che valse alla città di Napoli il conferimento della medaglia d'oro al valor militare, consentì alle forze Alleate di trovare al loro arrivo, il 1º ottobre 1943, una città già libera dall'occupazione nazista, grazie al coraggio e all'eroismo dei suoi abitanti ormai esasperati ed allo stremo per i lunghi anni di guerra. Napoli fu la prima, tra le grandi città europee, ad insorgere con successo contro l'occupazione nazista.
Ripercorriamo insieme a Camillo Albanese, autore del libro dal titolo “Napoli e la seconda guerra mondiale” quei giorni tanto drammatici ed eroici.
«In quei giorni si videro scene drammatiche, interi caseggiati circondati, uomini strappati dalle loro case, ammassati per strada sotto la minaccia dei mitra che ogni tanto facevano sentire la loro sinistra voce per aumentare il terrore e dissuadere i parenti ad avvicinarsi. L’intensificarsi dei rastrellamenti portò in quei giorni a razziare circa ottomila persone, buona parte delle quali furono mandate nel campo di concentramento di Capodimonte, altre consegnate agli uffici di polizia italiani perché venissero accompagnati ai centri di raccolta. Molti commissariati, invece di eseguire l’ordine, lasciarono liberi i malcapitati fornendo loro anche armi. (…)

lunedì 25 settembre 2017

In Bosnia vincono come sempre criminali di guerra e negazionisti

Il Parlamento nazionale bosniaco erzegovese ha respinto le due proposte socialdemocratiche che intendevano negare ai criminali di guerra la possibilità di candidarsi a cariche rappresentative e che puntavano, al contempo, a introdurre il reato di negazionismo del genocidio di Srebrenica, con pene previste tra sei mesi e tre anni di reclusione.
Nel primo caso, il parlamento si è espresso con 16 voti a favore della non candidabilità dei criminali di guerra, con 17 contrari e un astenuto. Nel secondo caso, è finita in perfetta parità, 17 a 17, ciò che ha reso impossibile introdurre nel codice penale il reato di negazione del genocidio.
A fare la differenza sono stati, come facilmente prevedibile, i deputati serbo-bosniaci, che hanno votato in massa contro le due proposte di legge.
I socialdemocratici, incassate le due sconfitte, hanno chiesto All’alto rappresentante della comunità internazionale di “uscire dal letargo” e di adoperarsi per fare in modo che la Bosnia adotti le due proposte di legge e torni a essere presentabile a livello internazionale. Finché questo non dovesse avvenire, continueranno a sedere sui banchi del parlamento sia negazionisti sia politici con le mani sporche di sangue, cosa che di solito coincide. Tutti sanno chi sono, incluso l’Alto rappresentante, ma in quasi cinque lustri nessuno ha pensato di adoperarsi affinché questa vergogna a cielo aperto abbia fine.

venerdì 22 settembre 2017

Corridoi, muri e orizzonti. Viaggio in Bosnia e Croazia, novembre 2017

Cari amici,
il nuovo viaggio che proponiamo con Terre d'Artijanè è una full immersion in una realtà di confine, un luogo e un non-luogo dove la storia è passata e continua a fluire spesso nell’inconsapevolezza dei più.
Vi proponiamo di venire con noi in quel corridoio di terra compreso tra la Serbia, la Croazia e la Bosnia, da Vukovar a Slavonski Brod, calpestando terra di Croazia e di Bosnia e ripercorrendo la storia degli ultimi vent’anni, dalla guerra del 1992-1995 fino ai giorni nostri, in cui quel lembo d’Europa (appena) orientale è diventato luogo di transito per una nuova rotta balcanica di disperati in fuga dalla fame e dalle guerre.
Come nostra consuetudine, porteremo i nostri compagni di viaggio a toccare con mano la storia, il costume, il cibo, il folklore locali, per una full immersion da veri viaggiatori della storia della nostra Europa.
Il viaggio comincia da Giavera del Montello il 1° novembre 2017 e si conclude sempre a Giavera del Montello il 5 novembre 2017.
Tra la partenza e il ritorno, visiteremo e ascolteremo testimonianze in località come Slavonski Brod, Vukovar, Vinkovci, Prijedor. Visiteremo il lembo di terra che qualcuno, nel 1992-1995, considerava il corridoio “naturale” per unire i serbi di Serbia a quelli di Croazia, attraverso il territorio in cui vivevano, insieme agli altri gruppi nazionali, i serbi di Bosnia. La guerra e la pulizia etnica hanno riscritto tutto e queste terre sono rimaste dei lembi lontani dai libri di storia, ma sui quali la storia è stata scritta eccome. E col sangue.
Qui trovare i due lati del pieghevole per avere e chiedere maggiori informazioni e iscrivervi. Al momento i posti disponibili sono solo 22.

La Bosnia tra negazione, elezioni e genocidio

Potrà sembrare incredibile, ma in Bosnia Erzegovina nessuno ha mai pensato di approvare una legge che impedisca di candidarsi ai criminali di guerra. Un vuoto che dura da oltre quattro lustri. Ora finalmente, tra polemiche e stupidità varie, è in corso un dibattito in materia presso la Camera dei rappresentanti, una delle due camere dell’Assemblea parlamentare nazionale, in vista delle elezioni politiche del prossimo anno. Se la proposta passasse, si dovrebbe procedere alla riforma sia della legge elettorale che del codice penale, cose quanto mai auspicabili, seppure con colpevole ritardo. Sempre con immenso ritardo, il Partito socialdemocratico oggi all’opposizione – alla ricerca dei consensi sperperati follemente negli ultimi dieci anni – ha finalmente deciso di presentare un progetto di legge che introduca nel codice penale il reato di negazione del genocidio in riferimento agli orrori di Srebrenica.
Se per la prima riforma è possibile la netta opposizione dei parlamentari serbo-bosniaci, per la seconda proposta è quanto meno scontata e sarebbe sorprendente e quasi sconcertante il contrario…

lunedì 18 settembre 2017

Carzano, 100 anni dopo

Carzano, piccolo comune della provincia di Trento, fu teatro 100 anni fa di un episodio della Grande Guerra sconosciuto ai più. Nella notte del 17 settembre 1917 persero la vita 910 soldati italiani e 316 militari austriaci. La mattina dopo l’esercito austriaco riconquistò il paese. Questo è stato il bilancio del tentativo di diserzione del Battaglione Bosniaco che combatteva per Vienna che, in accordo con lo Stato Maggiore italiano, avrebbe dovuto rompere le difese austriache, conquistare tutta la Val Brenta e straripare fino a Trento.
L’azione, nonostante l’eroismo dei congiurati e di alcuni ufficiali italiani, si tramuta in una rotta del nostro esercito, in un massacro inutile e nella cattura di molti disertori del Battaglione Bosniaco. Un mese dopo, il 24 ottobre, ci sarebbe stata la disfatta di Caporetto. Una pagina vergognosa di storia italiana ignota ai più, raccontata in una ricostruzione storica straordinaria.

Daniele Zanon e Valerio Curcio nel romanzo storico Il Battaglione Bosniaco, ripercorrono quei giorni concitati e per lungo tempo dimenticati.