Višegrad. L'odio, la morte, l'oblio

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mercoledì 6 maggio 2015

Dicono i lettori: “Srebrenica. La giustizia negata” secondo Giuseppe Modica


Per me è molto importante ricevere le lettere dei miei lettori. Talvolta leggerle e rileggerle è quasi un rito. Poi arrivano lettere come quella che pubblico qui e mi sento premiato come se avessi vinto il premio più importante della galassia. Perché chi fa il mio lavoro non vive di certezze ma di dubbi continui. E sentirsi sostenuti e compresi è qualcosa di incredibilmente prezioso.
Grazie!
Grazie davvero anche a nome di Riccardo Noury!

Mi è piaciuto molto il libro, Luca.
È un ottimo lavoro, complimenti. E di dubbi che potesse esserlo o non esserlo, in tutta onestà, non ne avevo neanche uno.
Mi piace tantissimo la "modalità dialogante" che avete scelto. Può essere percepita in modi diversi, credo. Ad esempio: a tratti vi ho visti seduti a un tavolo di una sala da the discorrere amabilmente. Altre volte vi ho visualizzato dietro una scrivania, ognuno nel suo studio, a scrivervi epistole, a porvi domande, a suggerirvi risposte, la notte, quando il ritmo frenetico delle giornate allenta un po' la morsa. Il punto è che, qualsiasi sia il contesto, lo scenario, il modo in cui il vostro botta e risposta viene visualizzato, il lettore se ne sente parte, si sente incluso, partecipa, vi ascolta, capisce.
"Capisce". Questo è il nodo.
Il vostro testo fa comprendere cosa è successo a Srebrenica venti anni fa senza spiegare, senza essere didascalico. Il lettore capisce, e non è poco. Il lettore capisce Srebrenica, ed è un'enormità. Il lettore capisce prendendo parte alla discussione, ed è meraviglioso avvicinare il concetto di dialogo all’orrore che è Srebrenica, alle divisioni che è Srebrenica, alla distanza che è Srebrenica, all’assenza di comunicazione che è Srebrenica.
Potenza del dialogare!
Io credo che "Srebrenica, la giustizia negata" sia parte della stessa svolta de "I bastardi di Sarajevo". È la svolta nella modalità del comunicare che ti sei inventato. Mi piace: arrivi diretto, scarno, semplice, accessibile sempre, rendendo possibile quell’alchimia meravigliosa che è rendere comprensibili fatti/eventi/storie/persone/orrori della storia complessi e ostici.
Io credo che sia precisamente questo che uno scrittore che si occupi di storia, di società, di economia, di politica, di vita deve sapere fare. Quindi, mi viene da dire che hai centrato l'obiettivo. Obiettivo centrato che non è solo quello focalizzato sulla tua ultima fatica letteraria, ma che, più diffusamente, si estende a te come scrittore. 
E comunque ho appena scritto una cosa bruttissima, ti chiedo scusa. Uno scrittore non dovrebbe raggiungere mai alcun obiettivo. Uno scrittore deve stare eternamente in una condizione di tensione al meglio, al più bello, al più brutto, al più morbido, al più duro, al più. Uno scrittore deve anelare. Sempre. Quando smette e sente di essere arrivato, ha smesso di essere uno scrittore. Ed è proprio questo che ti auguro: anelare eternamente.
Tornando al libro: fa godere la tua preparazione, il tuo grado di confidenza con le tematiche bosniache, balcaniche più in generale, di Srebrenica più nel particolare. E lo so, non è una novità...per fortuna!
Per quanto uno possa conoscere ciò che è successo con un buon grado di precisione e di dettaglio, tu riesci a raccontarne sempre un pezzo in più. I tuoi libri materializzano quell’adagio popolare secondo cui "non si smette mai di imparare". È bello, è utile, trovo che renda il senso del "commemorare ancora", del "parlarne ancora", nonostante gli anni che trascorrono dallo svolgimento degli eventi (naturalmente di ragioni per parlare di Srebrenica ce ne sono tantissime, come sottolinei nel libro, sia chiaro...). 
Fa godere il coraggio. Perché ci vuole coraggio a parlare di genocidio di Srebrenica. Ci si schiera, ci si espone, si sceglie una parte "dietro la Linea Gotica". È il coraggio dell'onestà e delle "battaglie" condotte con purezza e coerenza. E ben sappiamo, entrambi, quanto sia difficile di fronte agli orrori dei '90 balcanici schierarsi e, in più, nutrendo la volontà di rimanere onesti con se stessi e coerenti.
Prescindendo da Srebrenica per un attimo, è sempre difficile parlare di genocidio. Mediamente l'umanità non è neanche portata a riconoscerne l'esistenza. Forse perché l'uomo inconsciamente sa di poter perpetrare lo stesso terribile delitto, ovunque, in tutte le epoche, a tutti gli stadi di sviluppo economico e culturale. È agghiacciante, ma è così. Verificare quali e quanti genocidi vengano ufficialmente riconosciuti in quali e quanti Paesi nel mondo è operazione che fa accapponare la pelle. Terribile scoprire che, per ben che vada, ognuno è pronto a riconoscere il "genocidio degli altri" e non il suo. È la ferma garanzia che un nuovo genocidio si ripeterà ancora.
Pertanto, complimenti anche per il coraggio e l'onestà che sta nella volontà precisa di parlare di genocidio.
Mi è piaciuta molto la sostituzione terminologica (cui corrisponde una sostituzione anche di "sostanza") di "terrorista" con "nazista". È un'analisi acuta. È di nazismo che si tratta, a cui però toglierei ogni attributo religioso o culturale, perché nazismo è assenza di cultura, assenza di capacità di dialogare e assenza del più infinitesimale senso del sacro. Nazismo è assenza (mi piace l'idea di definire il nazismo per sottrazioni. Non voglio concedere la soddisfazione di un processo che non sia negativo, anche solo a livello linguistico).
Nazismo è nazismo. E in quanto tale è da combattere, da debellare e i nazisti vanno catturati e puniti tutti severamente, senza concedergli il privilegio di potersi definire null'altro se non nazisti.
Che i nazisti provengano da Serbia, Bosnia, Croazia, dalle nazioni dell'Europa occidentale, dalle Americhe o dagli Orienti, poco importa: nella feralità, nella cattiveria, nella crudeltà, nell'avidità, nell'idiozia del delirio della volontà di supremazia non v'è differenza fra gente e gente. E poco importa se portino un turbante o un copricapo da cetnico, l'importante è che esista chi indossi il cappellino da partigiano, l'importante e che ci sia la Resistenza. Intesa come resistenza al male e come ricerca della giustizia.
E il vostro libro è Resistenza. 
Mi fermo qui, perché sono già stato lunghissimo e so quanto il tempo ti sia risorsa decisamente scarsa.
Grazie Luca. Finire di leggere ogni tuo ultimo libro mette la voglia di iniziare a leggere il prossimo. Anela, amico mio...

Giuseppe Modica, Torino