Višegrad. L'odio, la morte, l'oblio

Višegrad. L'odio, la morte, l'oblio
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lunedì 28 febbraio 2011

Bosnia Express fa 27 e prepara le valigie per la Puglia

Con la presentazione di ieri "Bosnia Express" è arrivato al bel risultato di 27 presentazioni (e due edizioni) in soli cinque mesi di vita. Niente male, suvvia! Carino il dettaglio che il libro sia arrivato a 27 presentazioni il 27 di febbraio, ma in effetti è solo un dato statistico.
Ora è tempo di preparare la valigia (leggera) per il nuovo "tour" pugliese, che mi porterà a presentare il libro sei volte in quattro giorni tra la provincia di Lecce prima e quella di Bari poi.
Ecco i dettagli delle presentazioni, possibili grazie all'impegno di Arci Lecce e Amnesty International Bari:

- mercoledì 2 marzo, MURO LECCESE (Le), presso il circolo Arci-Liberi Cantieri, via Carducci 9, ore 18,00; organizza Arci Lecce;
- mercoledì 2 marzo, LECCE, Spazio Sociale Zei-Circolo Arci, corte dei Chiaromonte 2, ore 21,30; organizza Arci Lecce;
- giovedì 3 marzo, SAN PIETRO VERNOTICO (BR), La Factory-Circolo Arci, via Lecce 1; ore 19,00; organizza Arci Lecce;
- venerdì 4 marzo, CORATO (Ba), Libreria SECOP Store, via Monte Vodice 6, ore 16:30; organizza Amnesty International Bari, modera Dino Alberto Mangialardi, responsabile del Gruppo Amnesty Bari;
- venerdì 4 marzo, BARI, presso la sede di Amnesty International, via Latilla 13, ore 20,00; organizza Amnesty International Bari, modera Dino Alberto Mangialardi, responsabile del Gruppo Amnesty Bari;
- sabato 5 marzo, MOLFETTA (BA), Libreria Il Ghigno, via Salepico 47, ore 17,00; organizza Amnesty International Bari con il Gruppo Giovani Amnesty International di Risceglie, modera Dino Alberto Mangialardi, responsabile del Gruppo Amnesty Bari.

Dopo queste mi fermo, mio malgrado, per qualche tempo, a parte alcuni impegni già fissati, in particolare su Roma. Vedremo di ricominciare presto, se le condizioni saranno favorevoli (e se mi vorrete ancora...sob...).

Vi informo anche che da lunedì 28 marzo a venerdì 1 aprile sarò ospite, per l'intera settimana, della trasmissione "Mentre", di Maurizio Di Schino, su Tv2000 (trasmissione disponibile anche in streaming su www.mentre.tv2000.it): non chiedetemi a fare cosa, che ancora non l'ho capito, ma sarà sicuramente una bella esperienza (a proposito, si va in onda dalle 15,00 alle 16,00, tutti i giorni).
Dal 12 al 16 maggio sarò invece continuativamente (direi fino a consunzione...) allo stand Infinito edizioni in occasione del Salone del libro di Torino (a breve sapremo anche l'ubicazione precisa).

E chiudiamo la comunicazione con la consueta formuletta, che fa tanto "fico"...:
Dal 30 settembre 2010 a oggi abbiamo già presentato il libro 27 volte, ed esattamente a: Albano Laziale (RM), Ancona, Bologna, Catania, Cerignola (Fg), Cisliano (MI), Firenze, Giulianova, Massafra (Ta), Milano, Modena, Padova, Palermo, Parma, Pisa, Roma (6 volte), San Benedetto del Tronto, Saronno (VA), Sedriano (MI), Taranto, Tarquinia (VT), Vittorio Veneto.

Per proporre nuove presentazioni:
direzione.editoriale@infinitoedizioni.it
info@infinitoedizioni.it
lu.ne@libero.it
facebook: Luca Leone

A presto!
:-)

martedì 22 febbraio 2011

Bosnia Express, le nuove presentazioni da Roma alla Puglia

Dopo la bella esperienza bolognese-modenese, BOSNIA EXPRESS non si ferma e continua le presentazioni.
Ecco il calendario aggiornato con i prossimi eventi, in attesa delle nuove date (lavoro permettendo...):

Febbraio:
- domenica 27 febbraio, ROMA, via delle Isole Curzolane 75, IV Municipio (Tufello, bus 90 da Termini), presso la sede dell’Associazione Defrag, ore 18,00; Organizzano Amnesty International e Defrag. Intervengono Riccardo Noury e il Gruppo 159 di Amnesty International. Mostra fotografica e video-expo e, a fine presentazione, segue aperitivo con musica balcanica.

Marzo:
- mercoledì 2 marzo, MURO LECCESE (LE), presso il circolo Arci-Liberi Cantieri, via Carducci 9, ore 18,00; organizza Arci Lecce;
- mercoledì 2 marzo, LECCE, Spazio Sociale Zei-Circolo Arci, corte dei Chiaromonte 2, ore 21,30; organizza Arci Lecce;
- giovedì 3 marzo, SAN PIETRO VERNOTICO (BR), La Factory-Circolo Arci, via Lecce 1; ore 19,00; organizza Arci Lecce;
- venerdì 4 marzo, CORATO (BA), Libreria SECOP Store, via Monte Vodice 6, ore 16:30; organizza Amnesty International Bari, modera Dino Alberto Mangialardi, responsabile del Gruppo Amnesty Bari;
- venerdì 4 marzo, BARI, presso la sede di Amnesty International, via Latilla 13, ore 20,00; organizza Amnesty International Bari, modera Dino Alberto Mangialardi, responsabile del Gruppo Amnesty Bari;
- sabato 5 marzo, MOLFETTA (BA), Libreria Il Ghigno, via Salepico 47, ore 17,00; organizza Amnesty International Bari con il Gruppo Giovani Amnesty International di Risceglie, modera Dino Alberto Mangialardi, responsabile del Gruppo Amnesty Bari.

Altre date in preparazione.

Dal 30 settembre 2010 a oggi abbiamo già presentato il libro 26 volte, ed esattamente a: Albano Laziale (RM), Ancona, Bologna, Catania, Cerignola (Fg), Cisliano (MI), Firenze, Giulianova, Massafra (Ta), Milano, Modena, Padova, Palermo, Parma, Pisa, Roma (5 volte), San Benedetto del Tronto, Saronno (VA), Sedriano (MI), Taranto, Tarquinia (VT), Vittorio Veneto.

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giovedì 17 febbraio 2011

Perché Bosnia, da Bologna alla Puglia

Domenica mattina, 20 febbraio, alle 11,00, avrò l'onore e il piacere di partecipare alla mattinata dedicata alla Bosnia Erzegovina che l'associazione bolognese Adottando ha organizzato per festeggiare il suo decimo anniversario. Adottando mi ha invitato a scrivere e a leggere - sul modello della recente trasmissione televisiva di Fazio-Saviano - un testo che spieghi "Perché Bosnia...".
Ho pensato di regalarlo in anticipo qui sul blog a coloro che domenica mattina non potranno esserci. Approfitto, dopo una breve pausa nelle comunicazioni, anche per aggiornarvi sulle prossime date delle presentazioni di "Bosnia Express".
A presto

Perché Bosnia…

1. Perché sei stata laboratorio dell’orrore, e io sono stato a guardare; perché sei laboratorio dell’oblio e della menzogna propagandistica, e non posso stare a guardare;
2. Perché i tuoi figli sono come i nostri figli, e di fronte alla sofferenza di un bambino, anche di uno solo, non si può restare con le mani in mano;
3. Perché sei anima e cuore d’Europa, depositaria di un sogno e di un disegno di multiculturalità globale che non è tramontato, semmai oggi si è solo affievolito;
4. Perché hai sempre un tavolo, del caffè caldo e orecchie per ascoltare, anche se chi ti viene a trovare non ha capito spesso nulla di te;
5. Perché sei tollerante, sebbene in troppi si sforzino di raccontare il contrario, spingendoci a crederlo;
6. Perché in cento metri permetti alla cattedrale cattolica, a quella ortodossa, alla moschea e alla sinagoga di esistere e palesarsi verso l’alto, nel tuo cielo azzurro di emozioni; e questo è impossibile in ogni altro luogo del mondo;
7. Perché hai storie da raccontare, occhi per fare emozionare, poesia per far commuovere, cibo per far riconciliare ogni cuore con la vita;
8. Perché sei la seconda casa che mai avrò, ma in realtà non ti avrò mai;
9. Perché sei come una gatta, di quelle che con le zampe anteriori ti tengono stretto e con quelle posteriori ti respingono e graffiano; e hai unghie profonde, che lasciano il segno in chi ti si avvicina;
10. Perché sai farti desiderare, ma non ti fai possedere;
11. Perché raccontando la tua guerra, la tua pace incompleta, i tuoi dolori, il tuo crimine agguerrito, i tuoi sfruttatori, ma anche e soprattutto la tua infinita capacità di resistenza, racconti anche tutti noi, l’intera umanità;
12. Perché porti le tue ferite con classe, eleganza, quasi fossero medaglie;
13. Perché i tuoi giovani sanno guardare al futuro, e gli altri forse cominciano finalmente a farlo;
14. Perché hai le donne più forti del mondo;
15. Perché nonostante tutto quanto il mondo ti ha inferto, continui a essere aperta al mondo, e magari un giorno sapremo cogliere la tua lezione, che è, ancora, una lezione di rispetto della diversità e di laicità, sebbene tu abbia avuto in sorte di partorire dei teorici e dei pratici del terrore e dell’orrore, i cui nomi conosciamo. Eppure, continui a essere terra di poesia, di teatro, di sevdalinka e d’amore…

Ecco, tra mille altre cose, perché Bosnia!

Le nuove presentazioni di Bosnia Express fissate:

Febbraio 2011:
- domenica 20 febbraio, BOLOGNA, La Scuderia, piazza Verdi 2, ore 11,00: “Verso Dove” per Adottando, evento per festeggiare i dieci anni di vita e attività di Adottando nei Balcani, con Gianluca Borghi e Gianni Sofri, intervengono Franco Di Mare, Irfanka Pasagic, Michele Nardelli;
- sabato 19 e domenica 20 febbraio, MODENA, Buk Modena, Festival della piccola e media editoria, sarò presente allo stand della Infinito edizioni tutto sabato (10,00-20,00) e domenica pomeriggio (15,00-20,00), al rientro da Bologna;
- domenica 27 febbraio, ROMA, via delle Isole Curzolane 75, IV Municipio (Tufello, bus 90 da Termini), presso la sede dell’Associazione Defrag, ore 18,00; Organizzano Amnesty International e l'associazione Defrag;

Marzo 2011:
- mercoledì 2 marzo, MURO LECCESE (Le), presso il circolo Arci-Liberi Cantieri, via Carducci 9, ore 18,00; organizza Arci Lecce;
- mercoledì 2 marzo, LECCE, Spazio Sociale Zei-Circolo Arci, corte dei Chiaromonte 2, ore 21,30; organizza Arci Lecce;
- giovedì 3 marzo, SAN PIETRO VERNOTICO (BR), La Factory-Circolo Arci, via Lecce 1; ore 19,00; organizza Arci Lecce;
- venerdì 4 marzo, in preparazione, organizza Amnesty International;
- sabato 5 marzo, MOLFETTA (BA), libreria "Il Ghigno”, via Salepico 47, ore 18,00; organizza Amnesty International.

Altre date in preparazione.

Dal 30 settembre 2010 a oggi abbiamo già presentato il libro 25 volte, ed esattamente a: Albano Laziale (RM), Ancona, Catania, Cerignola (Fg), Cisliano (MI), Firenze, Giulianova, Massafra (Ta), Milano, Modena, Padova, Palermo, Parma, Pisa, Roma (5 volte), San Benedetto del Tronto, Saronno (VA), Sedriano (MI), Taranto, Tarquinia (VT), Vittorio Veneto.

Per proporre nuove presentazioni:
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martedì 15 febbraio 2011

Macarico, signora dei Mani, e la conquista della Sierra Leone: intervista a padre Gerardo Caglioni per “La leggendaria storia dei Mani”


Come una valanga, per un lungo periodo della storia africana il popolo dei Mani ha conquistato terre e popolazioni, condizionandone la vita e le tradizioni e imponendo un destino differente agli appartenenti a decine di etnie. Con la loro aggressività i Mani – guidati da una donna, la temibile e terribile condottiera Macarico – gettarono le basi della moderna storia dei popoli dell’Africa occidentale e della Sierra Leone in particolare. Laddove sono passati, i Mani – sebbene non abbiano lasciato né una loro lingua né testimonianze scritte – hanno creato una mistura completamente nuova di popoli ed etnie, investendo molte popolazioni con la loro forza e imprimendo evidenti tracce che si sono conservate nel tempo, fino a oggi.
Su questo incredibile popolo e sulla sua potente regina padre Gerardo Caglioni ha scritto un interessantissimo saggio dal titolo LA LEGGENDARIA STORIA DEI MANI, del quale padre Giulio Albanese ha scritto: “Padre Caglioni riesce davvero a scongiurare col suo avvincente racconto la maledizione denunciata a chiare lettere dallo scrittore maliano Amadou Hampaté Bâ secondo cui ‘in Africa quando muore un anziano è una biblioteca che brucia’. Al nostro missionario il merito di aver salvato una memoria di cui i sierraleonesi devono andare fieri ed essere riconoscenti”.

Di questo nuovo lavoro edito da Infinito edizioni (gennaio 2011) abbiamo parlato con padre Gerardo caglioni.

Padre Gerardo, chi erano i Mani e quale importanza hanno avuto per la storia africana?
I Mani – una scheggia del decaduto impero del Mali – furono un popolo guerriero che ha peregrinato per secolo circa nell’Africa Occidentale in cerca di terre e di ricchezze. Ha concluso il suo cammino nell’attuale territorio della Sierra Leone. Venne definitivamente fermato da due gruppi locali, specificatamente i Limba ed i Soso.
I cronisti del tempo raccontano che siano arrivati, quasi certamente per ondate diverse, sotto la guida di una terribile donna guerriera, la Macarico. La forza del suo esercito derivava dalla capacità di reclutare lungo il cammino i guerrieri di cui abbisognava – i terribili Sumba (che per forza di cose si alimentavano della carne umana delle vittime che uccidevano) – e allo stesso tempo dalla capacità di assoggettare le comunità e i popoli conquistati con un governo fortemente centralizzato. Così i conquistatori assumevano i costumi, la lingua e alcuni protagonisti locali, confondendosi e fondendosi definitivamente con loro. La loro importanza sta nel fatto che cambiarono il modo di vita di quelle popolazioni, divise e disarticolate, particolarmente nelle istituzioni, lasciando – come un marchio indelebile – una struttura sociale e politica molto centralizzata, che oggi, a distanza di 500 anni, sopravvive ancora.

I Mani erano un popolo conquistatore: come interagivano con le popolazioni che cadevano sotto il loro controllo?
I Mani si integrarono totalmente con i popoli conquistati, quasi liquefacendosi in mezzo a loro, ma nello stesso tempo determinando uno stile di vita politicamente molto centralizzato e socialmente interdipendente, come da noi fece la società medioevale, con il suo sistema vassallatico di interdipendenza, che aveva al suo vertice un unico e grande imperatore. Una volta conquistata una comunità o una popolazione, i Mani intervenivano sul potere locale stabilendo in modo efficiente nuove gerarchie all’ombra dei vecchi poteri locali. Operavano concretamente, anche se indirettamente all’inizio, sul governo locale scegliendo i protagonisti che avrebbero operato secondo i nuovi criteri politici e sociali. Ma anche economici (attraverso una particolareggiata tassazione della produzione agricola e commerciale) e militari (fornendo il personale necessario per la pesante macchina da guerra sempre in movimento).

Hai passato molti anni della tua vita in Sierra Leone. Che cosa è rimasto oggi tangibilmente di questo popolo? E cosa ti ha particolarmente impressionato?
Ho speso dodici anni della mia vita nella Sierra Leone. Ho conosciuto diversi popoli o gruppi etnici, in mezzo ai quali ho vissuto per un certo periodo. Certamente questi si caratterizzano per tradizioni e costumi differenti tra loro, oltre che per la lingua e le forme sociali. Quello che invece mi sembra particolarmente interessante, e praticamente molto simile per tutti, è la forma di governo locale, quella dei chiefdoms, che ha una struttura e una prassi praticamente comune a tutte le tribù della Sierra Leone. Comune nel senso che hanno un denominatore simile sia quelle comunità etnologiche che sono passate sotto la conquista e giurisdizione dei Mani, sia quelle che non sono mai state toccate da questa conquista, ma che anzi l’hanno ostacolata, fermando per sempre la marcia conquistatrice dei Mani.

Macarico era la regina di questo popolo. Come descrivere questa donna, il suo carattere, la sua forza?
Macarico (o Mansa-Rico, il sovrano-Rico) fu una donna dalla forte personalità e certamente di grande ascendente tra la sua gente. Direi anche molto di più, per una società dove il potere politico, economico e militare è solitamente, e quasi esclusivamente, controllato dai maschi. Pur dando a questa donna delle capacità straordinarie anche in campo militare, ella deve aver operato un’influenza particolarmente significativa e incisiva sui suoi generali maschi. Infatti, finché ella ha condotto la spedizione di conquista, l’esercito dei Mani è sempre stato compatto e vittorioso. Quando, per ragioni di età, è venuta meno alla guida del suo popolo, l’esercito ha subito sconfitte determinanti, che hanno portato alla conclusione della marcia dei Mani e all’insediamento permanente di questo popolo nella Sierra Leone.

Oggi in Sierra Leone si studia la storia dei Mani o le scuole ignorano, un po’ alla stregua di quelle italiane, la storia dei propri avi?
La storia dei Mani è poco conosciuta nella Sierra Leone. Brevi cenni, a volte di poche righe, raccontano la presenza di questo popolo – che ha condizionato la vita della Sierra Leone nel secolo XVI – nei testi scolastici della scuola dell’obbligo. È soprattutto la letteratura straniera, in particolare quella inglese, che ne tratta nei libri di storia dell’Africa Occidentale. Significativo che sia il mio saggio il primo e l’unico libro che finora fa una trattazione completa del popolo Mani. Studi e articoli particolari presentano però alcuni aspetti o studi specifici su questo argomento. Particolarmente grave, mi sembra, è la mancanza di conoscenza delle fonti portoghesi a cui io ho attinto le informazioni per raccontare nel mio saggio la storia del popolo Mani.
Credo fermamente che una conoscenza della storia di questo popolo illuminerebbe di luce diversa anche la storia e la vita attuale della Sierra Leone. Le istituzioni politiche e sociali, che hanno trasformato le popolazioni precedenti all’invasione dei Mani – disorganizzate e disunite – nacquero e si affermarono nella Sierra Leone grazie alla conquista e allo stanziamento dei Mani sul proprio territorio. Una conoscenza della sua storia aiuterebbe anche a superare tanti conflitti istituzionali che sopravvivono nel contesto odierno della Sierra Leone politica del terzo millennio. Uno Stato repubblicano, la Repubblica della Sierra Leone, che convive con istituzioni medioevali, gli attuali Chiefdoms, e non riesce a superare il conflitto tra istituzioni elettive della modernità (presidente della Repubblica, parlamento, sindaci, ecc.) e quelle storiche dei Paramount Chiefs.

Che cosa rimane ancora da raccontare della storia della Sierra Leone e dell’Africa occidentale?
Tanto, tantissimo. Anche se molto di questa storia è già stata raccontata grazie alla generosa collaborazione dei conquistatori dei diversi tempi, particolarmente dai britannici, di alcuni popoli della Sierra Leone e delle loro origini sappiamo veramente poco. I primi abitanti o colonizzatori di queste terre furono i Bulom sulla costa e i Limba tra le montagne. Chi ci ha mai raccontato l’origine e la storia di questi primi abitanti? Chi conosce qualcosa degli uomini preistorici che popolarono questa terra dal lontano 2500 avanti Cristo?
Una componente forte nel passato – e ora forse meno importante – è quella dei Soso, Yalunka e Solima, che fecero parte dell’Impero Soso, una volta forte alleato dell’Impero del Mali. Io ho già raccontato una frazione di questa storia in un mio precedente Saggio. Resta tuttavia molto da raccontare di questi particolari gruppi etnici, che si distinsero in modalità diverse a seconda dei differenti eventi storici e della collocazione geografica. Questo potrebbe essere, tempo permettendo, una nuova interessante investigazione da sviluppare e da raccontare. Ma ci sono anche molti testi antichi – soprattutto della letteratura portoghese, e non solo – che ci fanno una presentazione della Sierra Leone da diversi punti di vista. Non meno interessanti i testi – oggi consultabili e codificati in buona parte – dei missionari che operarono quattro secoli fa e che ci forniscono uno spaccato specifico dell’epoca. Insomma c’è ancora tanto da scoprire e da raccontare.

Come definiresti la Sierra Leone di oggi, un decennio circa dopo la fine della guerra civile e la morte di Foday Sankoh il sanguinario?
La Sierra Leone è una terra e un popolo che cambia, che cresce e cammina certamente verso un destino migliore. Forse è un po’ lento e non sempre adeguato ad altri Paesi africani o del resto del mondo. È, se posso usare una figura, come un giardino da coltivare. Certi ambiti sono meravigliosi, altri forse ancora una foresta non coltivata. È necessario adeguare uniformemente il terreno alle esigenze e necessità degli abitanti che crescono costantemente, ma che non migliorano sempre conformemente alle forme di vita e allo standard che gli sarebbe necessario e che oggi gli è possibile.
La giustizia dovrebbe sicuramente dare delle risposte ai problemi che hanno fatto scoppiare il conflitto civile e internazionale. Le piaghe aperte con il conflitto civile, durato ben undici anni, sono stati parzialmente coperti o nascosti, ma non sempre denunciati e curati. Tante ingiustizie del passato persistono ancora. Soprattutto la corruzione regna sovrana in tanti settori, a differenti livelli della società. Nel mio saggio faccio anche un parallelo tra le violenze dei Sumba e dei Mani e quelle del R.U.F. e dei Kamajor della recente guerra civile. Non mancano le ricchezze e le possibilità per una vita migliore, ma è necessario un salto di qualità e un’educazione migliore e più qualificata. Un media di 70 alunni per classe… denuncia quanto la scuola abbia bisogno di miglioramenti. Il settore giovanile necessita certezze e ambiti di lavoro per un futuro migliore.

Che cosa manca ancora alla gente della Sierra Leone?
I sierraleonesi sono un popolo ricco di gente disponibile e capace. In una pubblicazione del passato definivo questo popolo “cordiale e accogliente”. Penso sia dotato di tanti doni che dovrebbe sviluppare. Credo sia necessario, per un futuro migliore, che questo popolo prenda in mano il proprio destino e lo diriga con “sovranità” verso un domani migliore. Tanti, molti possono aiutare i sierraleonesi a cambiare la propria vita e le condizioni nelle quali si trovano, ma solo il popolo della Sierra Leone potrà determinare il cambio di rotta della sua società: la vita economica e sociale, politica e religiosa.
La gente della Sierra Leone ha oltretutto anche un profondo senso di Dio e vive la religione come un elemento essenziale della propria esistenza. L’aiuto di cui ha bisogno per trovare la forza di cambiare e migliorare, sicuramente verrà anche da Dio, che cercano con cuore sincero.

giovedì 10 febbraio 2011

“Il destino della Bosnia nelle mani degli affaristi”, l’articolo di Ginevra Pugliese su “Bosnia Express”


Pubblico – dietro sua autorizzazione – la versione integrale dello splendido articolo dedicato a “Bosnia Express” dalla collega Ginevra Pugliese per “Il Piccolo” di Trieste dell’8 febbraio 2011.

Grazie di cuore a Ginevra Pugliese e buona lettura.

Merita davvero leggere questo libro di Luca Leone Bosnia Express, Infinito edizioni 2010, pp. 155, 12 euro, con il patrocinio di Amnesty International e postfazione di Enisa Bukvić. È un viaggio alla scoperta della Bosnia Erzegovina di oggi e, trattandosi di un viaggio, il libro non è diviso in capitoli ma in fermate. Il titolo, come l’autore stesso spiega in una nota, non ha nulla a che vedere con il Balkan Express di Slavenka Drakulić. Il Bosnia Express di Luca Leone è il trenino di una giostra che, in una giornata invernale del 2004, gli capitò di vedere a Ilidža, vicino a Sarajevo, sotto la pioggia. Il trenino (quello della copertina del libro) gli riporta alla memoria il treno Espresso 451 che per tanti anni, fino allo scoppio della guerra, aveva unito Belgrado a Sarajevo e la cui tratta è stata ripristinata appena nel 2009. Saliamo quindi con Luca Leone a bordo dell’Espresso e, di fermata in fermata (11 in tutto), da Sarajevo ci spostiamo nelle altre città e paesaggi della Bosnia, ma anche nella sua realtà economica, sociale, politica e culturale. Tutti dovrebbero leggere questo avvincente reportage, appassionato e appassionante, frutto di numerosi viaggi in quelle aree geografiche, per capire la Bosnia di oggi, compreso quello che molti vorrebbero restasse incomprensibile. L’analisi di Luca Leone è imparziale, dettagliata e spietata. Come egli stesso tiene a precisare il suo compito di giornalista è quello di essere indipendente, e per farlo ha voluto vivere a contatto con le persone comuni, musulmane, ortodosse, cattoliche, ebree. Ci ricorda il tragico periodo dell’assedio di Sarajevo, dei viveri avariati degli aiuti umanitari, ci parla dei bambini negli orfanotrofi, del genocidio di Srebrenica, delle mine ancora disseminate nei terreni, degli stipendi da fame della gente normale e delle scarpe che vengono acquistate a rate nei negozi. E poi il senso di impotenza e frustrazione dei parenti delle vittime della guerra per la lentezza e gli scarsi risultati della Giustizia, dell’impunità diffusa e dilagante. Ci presenta i vari partiti politici e losche figure in agguato per arraffare l’arraffabile in una Bosnia violentata, derubata, devastata materialmente, culturalmente e moralmente. Non solo da politici nazionalisti incapaci e corrotti ma anche da banche, affaristi di paesi esteri e da molte imprese, mafia inclusa. Le risorse naturali della Bosnia sono innumerevoli e fanno gola. Così gli stranieri investono in una Bosnia che produce ricchezza ma non per i bosniaci. I bosniaci si ritrovano sempre più poveri e divisi tra di loro anche attraverso la religione che va a braccetto con la politica nazionalistica e crea fratture che prima della guerra non c’erano. Una guerra che si vuole far credere sia stata causata dall’odio etnico-religioso. Niente di più falso, tiene a sottolineare Luca Leone.
Nel 1995 Dayton ha spaccato la Bosnia in due entità: la Repubblica Srpska e la Federazione croato-musulmana ma ora c’è chi (Zagabria e Vaticano) vorrebbe dividerla ulteriormente creando una terza entità croata, con il rischio di una nuova guerra.
Il quadro generale che esce da questo libro è davvero desolante e, purtroppo, realistico. Non esiste una soluzione, uno spiraglio di speranza per la Bosnia e questo soprattutto perché “il destino della Bosnia è nelle mani e nelle mire di chi ne gestisce le risorse. Mancano le buone idee e soprattutto i buoni politici”. L’unico partito, debole però, al di fuori di un’ottica nazionalistica è Naša Stranka, fondato dal premio Oscar per la regia Danis Tanović (che proprio lo scorso giovedì è stato nella nostra città al Trieste Film Festival con il suo nuovo film Cirkus Columbia).
E poi ci sono i traffici loschi, il settore immobiliare abile nel lavare il denaro sporco, e i giovani: quelli che si offrono come carne da macello in Afghanistan, quelli che aspirano al modello dei ricchi mafiosi ma anche quelli che sono costretti ad andarsene perché lì non trovano futuro.
Il libro di Luca Leone denuncia questo e altro, rendendo giustizia a un Paese che giustizia non ha e tutti, anche chi crede di sapere ogni cosa dei Balcani, dovrebbero leggerlo se non altro per la sua chiarezza e scioltezza nel raccontare. Sono molte le fermate interessanti, una: Babele è perfino divertente, tratta della questione linguistica. E poi c’è quella fermata con il mistero inquietante del lago Buško... e la sorprendente scoperta nella località di Visoko che potrebbe attirare il turismo.... Be’, insomma, per sapere questo e altro non vi resta che salire a bordo del Bosnia Express. Buon viaggio!

mercoledì 9 febbraio 2011

Bosnia Express su "Roma C'è" in apertura di "MeltingPot"

Grazie mille alla collega Maria Frega, ottima curatrice delle pagine MeltingPot di Roma C'è. Foto (di cui vado orgogliosissimo) mia, scattata in un bar di sarajevo nel 2007 (se ricordo bene...). (fate clik sull'immagine per ingrandire)

martedì 8 febbraio 2011

Bosnia Express, la nota alla seconda edizione e le date di febbraio

Molti lettori della prima edizione di Bosnia Express mi chiedono quali siano i nuovi contenuti introdotti nella seconda edizione. Ebbene, alcuni sono piccoli aggiornamenti numerici, che è difficile proporre sul blog. Vi è, però, anche un'appendice elettorale sul voto del 3 ottobre 2010 e una note dell'autore. Oggi ho pensato di regalare ai lettori della prima edizione proprio questa nota, che mi sembra introduca bene il libro e della qualle, dopo le prime e-mail di lettori, ho avvertito il bisogno.
Approfitto, infine, per annotare, in fondo a questo post, le date delle presentazioni di febbraio, in attesa di definire il calendario, estremamente fitto, di febbraio, con "puntate" in pèarticolare in Puglia e in Piemonte.


Nota alla seconda edizione

Nel corso di una delle tante presentazioni della prima edizione di questo libro, nei due mesi (ottobre e novembre 2010) necessari a esaurire la prima tiratura, un lettore mi ha chiesto se il titolo Bosnia Express fosse ispirato al libro di Slavenka Drakulić Balkan Express.
In tutta onestà, non ci avevo minimamente pensato, prima di quel momento.
No. Il titolo Bosnia Express ha tutt’altra genesi, che mi fa piacere raccontare.
Nell’inverno del 2004 o forse del 2005 stavo passeggiando, sotto una pioggia piuttosto fredda e insistente, a Ilidža per recarmi fino alle sorgenti della Bosna. Si tratta – tra andata e ritorno e qualche momento di relax e volontario isolamento sul posto – di una scarpinata benefica che richiede un investimento di tre-quattro ore, ma che consiglio a tutti di fare, almeno una volta.
Poco prima dell’inizio del bel viale alberato, accanto a dove oggi, d’estate, sostano le piccole carrozze trainate da cavalli che tanto piacciono ai turisti, c’era un giostraio con alcune vecchie giostrine. Quel giorno era tutto fermo e fradicio. Il giostraio se ne stava, tutto intirizzito e solo, nel suo gabbiotto, aspettando clienti che mai sarebbero arrivati. Alcune giostre erano coperte da teli – un Dumbo azzurro, ad esempio – ma il Bosnia Express in miniatura, quello che trovate in copertina e che subito fotografai, non so neppure per quale ragione, era invece lì sotto la pioggia, immagine perfettamente realistica del Paese, sottoposto al diluvio del cinismo umano di un dopoguerra interminabile. Passeggiando sotto il diluvio, cominciai a rimuginare e a capire che Bosnia Express sarebbe potuto diventare qualcosa, nella mia vita. Circa cinque anni dopo, quasi naturalmente, è diventato questo libro.

Un’altra cosa tengo a scrivere, in questa breve nota alla seconda edizione di Bosnia Express.
In tanti mi hanno scritto e scrivono via e-mail per dirmi che il libro è loro molto piaciuto, nonostante sia “duro”. Leggere questi messaggi per me è fonte di grande soddisfazione, perché l'obiettivo di questo libro è esattamente presentare in tutta la sua durezza la realtà contemporanea bosniaca, per provare a svegliare un popolo purtroppo ancora drammaticamente avviluppato nei traumi della guerra, incapace oggi di rendersi conto di come sia vittima dello scippo del presente e del futuro e della mistificazione del passato. Come, a suo tempo, fu o volle essere incapace di capire che la guerra stava scoppiando. Anzi, in alcuni casi addirittura che era scoppiata!
Sono i bosniaci più anziani, quelli “maturi” d’età, a non volersene rendere conto. I giovani invece l’hanno capito perfettamente. E soffrono, nell’impossibilità di spiegare quel che vedono ai loro genitori e nonni, troppo invischiati in un passato che duole e pesa maledettamente per prendere sul serio i pericoli enormi del presente.
E intanto…

Luca Leone
2 dicembre 2010


Febbraio 2011:
- venerdì 11 febbraio, ROMA, Libreria Odradek, via dei Banchi vecchi; presentazione congiunta con l’autrice del calendario “”Schegge di vita a Rebibbia 2011”, Maria Falcone; previste letture; ore 18,00;
- sabato 19 e domenica 20 febbraio, MODENA, Buk Modena, Festival della piccola e media editoria, sarò presente allo stand della Infinito edizioni tutto sabato (10,00-20,00) e domenica pomeriggio (15,00-20,00), al rientro da Bologna;
- domenica 20 febbraio, BOLOGNA, La Scuderia, piazza Verdi 2, ore 11,00: “Verso Dove” per Adottando, evento per festeggiare i dieci anni di vita e attività di Adottando nei Balcani, con Gianluca Borghi e Gianni Sofri, intervengono Franco Di Mare, Irfanka Pasagic, Michele Nardelli;
- domenica 27 febbraio, ROMA, via delle Isole Curzolane 74, IV Municipio (Tufello, bus 90 da Termini), presso la sede dell’Associazione Defrag, ore 17,30; Organizzano Amnesty International e Defrag.

martedì 1 febbraio 2011

“Malato Italia: dalla speranza europea al pericolo dell’auto consunzione”: intervista a Gianguido Palumbo per “Noitaliani”


L’occasione storica della celebrazione dell’Unità di un Paese europeo come l’Italia è unica per una riflessione sulla nostra o sulle nostre identità. È un passaggio collettivo nella vita di un popolo in un momento storico in cui la globalizzazione avanza velocemente, l’Europa procede a fatica ma procede, il mondo sta vivendo grandi trasformazioni. E allora: chi siamo noi italiani? Che senso ha l’Italia? Dove ci porterà la mediocrità della politica contemporanea, lo squallore della maggioranza al governo e la pochezza sterile di un’opposizione che non esiste?
Gianguido Palumbo, palermitano di nascita, veneziano e romano d’adozione, già autore di diversi lavori editoriali di respiro sociale, racconta il suo punto di vista in quest’intervista e in ottimo libro – NOITALIANI (Infinito edizioni, novembre 2010, 206 pp., € 14,00) – edito da poco e del quale Nando dalla Chiesa ha scritto: “Il campo di stimoli e di scorreria intellettuale definito da NOITALIANI contiene molte delle questioni più rilevanti che la storia, giunta ai 150 anni dell’Unità d’Italia, ci consegna e suggerisce di risolvere. Non ‘presto e bene’, che quasi mai è possibile. Ma con saggezza, questo sì. E con la disposizione di chi sa guardare alle vicende umane con l’occhio più lungo della cronaca”.

Gianguido Palumbo, quale Paese si propone di raccontare NOITALIANI?
Un “Bel Paese”, un buon formaggio andato in parte a male, semi ammuffito, che per essere ancora apprezzato ha bisogno di salvare il suo nucleo, forse ancora buono.

Puoi spiegare la genesi di questo titolo così curioso e particolarmente efficace?
NOITALIANI con una sola “i” esprime tre concetti: NOI Italiani, omnicomprensivo nel senso del tentativo di recupero di un’identità possibile; NO Italiani, nella negazione di appartenenza che stiamo proponendo di fatto ai cittadini stranieri-immigrati; NOI Italiani, plurale maschile voluto nella sua specifica sottolineatura delle responsabilità degli uomini italiani nel processo storico di degrado sociale del nostro Paese.

Centocinquant’anni dopo, fatta più o meno l’Italia, sono stati fatti gli italiani?
Esistono da anni molte teorie e dimostrazioni che questa frase può essere contraddetta o confermata allo stesso tempo: c’è chi sostiene che in realtà sia nato prima il “Popolo italiano”, la cultura italiana, che non la Nazione, e c’è chi sostiene che tutt’ora non esista un “Popolo italiano” dopo 150 anni di vita nazionale ma solamente uno Stato “guscio vuoto”. Credo che siano effettivamente giuste entrambe le tesi, a seconda che si consideri di più la dimensione culturale (lingua, arte, gastronomia, tradizioni ) o la dimensione sociopolitica ed economica. Sono però sempre più convinto che si sottovaluti l’importanza e la specificità positiva della multiculturalità e multietnicità italiane che rendono il nostro Paese veramente un unicum geopolitico culturale difficile da vivere e governare ma potenzialmente molto ricco di energie per sé e per altri.

Di quale sforzo ci sarebbe bisogno oggi per migliorare questo Paese e renderlo non più un Paese moderno ma un Paese contemporaneo che sappia finalmente guardare al futuro?
Innanzi tutto di un grande investimento economico strategico nel rilancio della formazione, della educazione e della produzione culturale che diventino motori propulsivi e progressivi di tutta la società italiana: investire in scuole di ogni ordine e grado, educazione permanente, aggiornamento, rialfabetizzazione, formazione professionale, alta formazione, ricerca, con un coinvolgimento pieno in questi investimenti dei mass media a partire dalla tv pubblica.

Italiani e nuovi italiani: a che punto siamo con l’integrazione?
Tolleranza, accoglienza, solidarietà, inclusione, integrazione, sono termini che esprimono culture e pratiche di vita individuale e collettiva già positive, rispetto ai loro contrari, ma ormai inadeguate al mondo contemporaneo, data la quantità e la qualità delle migrazioni internazionali e della mondializzazione in atto. In Italia oscilliamo paurosamente e sempre più fra una bella e buona tradizione di apertura e di storica mescolanza fra popoli, a una recente tendenza al rigetto, allo sfruttamento, alla separatezza, al razzismo, nati da ignoranza e assenza di politiche adeguate.
I cosidetti “modelli” di “integrazione” sperimentati e vissuti in altri Paesi e anche nel nostro (che non ne ha alcuno), sono in qualche modo falliti tutti perché nati in altri momenti storici e inadeguati al presente. C’è bisogno di altro, da concepire e sperimentare ancora.

E con l’identità? Esiste un’identità italiana, senza per questo sprofondare nel nazionalismo e nella “reazione”?
Credo che esista proprio nella storia delle mescolanze di popoli e culture e sintesi sempre nuove che per posizione geografica caratterizzano la nostra penisola mediterranea. Questa strana e forse unica identità plurima ha proceduto per progressive rielaborazioni di tradizioni molto diverse producendo eccellenti novità in ogni campo della vita. Ma questa ricchezza sembra essere stata dimenticata e svalutata negli ultimi decenni.

Che cosa manca a tuo avviso nell’Italia di oggi per renderla migliore o meno peggiore?
Un “progetto” un’”idea” strategica che non sia banalmente ed erroneamente il “riscatto” l’“orgoglio” generico e vetero nazionalista, o peggio ancora la “competitività internazionale”.
Si tratta di definire e condividere con semplicità, chiarezza e decisione, un rilancio ideale in cui le caratteristiche storiche positive dell’Italia siano riattivate e rigenerate in funzione di una dinamica co-operativa europea e soprattutto mondiale: altro che competitività per “vincere” (chi e contro chi, la Cina con un miliardo e mezzo di persone o l’India con un altro miliardo o il Brasile?!) ma creatività e capacità di proporre e di guidare processi nuovi mettendo a disposizione di altri popoli le nostre potenzialità non per solidarietà ma per procedere assieme e meglio in un mondo che ha bisogno di collaborazione e cooperazione e non certo di gare, conflitti o guerre.

Proviamo a elencare i principali mali di questo Paese e proviamo a verificare quali siano le responsabilità della politica.
I problemi principali che individuo nel libro sono sicuramente almeno tre: il tasso di illegalità diffusa ovunque, il tasso di infiltrazione strutturale economica delle criminalità organizzate, il tasso di ignoranza e incultura della popolazione italiana in tutto il Paese. Purtroppo nella sequenza storica degli ultimi cento anni, dal regime fascista al dominio democristiano alla fase consociativa di centro e sinistra all’ultima fase di dominio di centro destra anomalo guidato da Berlusconi, con alcuni e pochi anni di governi di “sinistra-centro”, i dirigenti politici italiani, principalmente uomini e principalmente poco moderni e progressisti, hanno permesso volutamente o meno che quelle tre grandi e gravi negatività nazionali si espandessero e rendessero l’Italia quello che è ridotta oggi. Ma non solo i dirigenti politici sono responsabili, anche il resto della classe dirigente nazionale in ogni settore, pochi esclusi.

Quali sono, in conclusione, le speranze per quest’Italia? Sapremo finalmente essere migliori o continueremo a scivolare verso il basso?
Credo che l’unica speranza per l’Italia sia proprio il suo rapporto stretto e inevitabile con l’Europa e il resto del mondo: da soli, chiudendoci autarchicamente nelle nostre frontiere culturali, sociali ed economiche finiremmo per morire di asfissia. Il confronto, lo scambio, l’apertura, la collaborazione, la cooperazione, la mescolanza con altri popoli e Paesi europei e non, potranno arricchirci e cambiarci in meglio come è già avvenuto in periodi storici precedenti.

E se gli italiani si accontentassero, in definitiva, davvero di poco, ad esempio della certezza della mediocrità?
Vivremmo purtroppo quelle sindromi cellulari negative e drammatiche che avvenivano nelle micro comunità isolate in cui ci si sposava fra parenti e i corpi e i cervelli si ammalavano progressivamente fino all’auto consunzione.