Višegrad. L'odio, la morte, l'oblio

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lunedì 30 novembre 2009

Iran, sei mesi dopo


Ahmadinejad, Khamenei, Musavi, un Paese che “per non voler cambiare nulla, sta di fatto cambiando tutto”

Antonello Sacchetti, autore per Infinito edizioni del nuovo libro Iran. La resa dei conti (2009), oltre che di Misteri persiani (2008) e I ragazzi di Teheran (2006), può essere considerato oggi come uno dei maggiori esperti italiani di questioni iraniane. A quasi sei mesi dalla conferma del presidente uscente Mahmud Ahmadinejad e dall’esplosione delle violenze di piazza e della repressione del regime contro l’opposizione progressista, è giunto il momento di fare il punto della situazione, per cercare di capire dove questo Iran stia andando.

D. Antonello Sacchetti, sono passati quasi sei mesi dalle elezioni presidenziali iraniane, che hanno visto la contestata conferma alla presidenza del paese di Ahmadinejad oltre che scene di violenza e arresti ai danni dell’opposizione scesa a protestare nelle piazze. Che cosa è cambiato dal 12 giugno a oggi in Iran? E che cosa, invece, non cambierà?
R: A livello esteriore, formale, non è cambiato nulla. La Repubblica islamica è in piedi, Ahmadinejad è presidente, la Guida suprema è sempre al suo posto. Nessuno parla più di ripetere le elezioni, anche se ormai anche all’interno del fronte conservatore più di un esponente ammette implicitamente i brogli. Il cambiamento è però nella sostanza, non nella forma. Volendo fare una battuta, è accaduto l’esatto opposto di quello che Giuseppe Tomasi di Lampedusa fa dire al principe Fabrizio Salina nel Gattopardo: per non voler cambiare nulla, sta di fatto cambiando tutto. Khamenei ha pensato inizialmente di poter mettere a tacere con la forza le proteste, ma si sta rendendo conto che il Paese non è più quello di 10 o 15 anni fa. È stato contestato lui e il suo ruolo e si sono messi così in discussione i principi cardine del sistema iraniano. Il grande ayatollah dissidente Montazeri ha detto che questa non è più una repubblica (visto che il voto dei cittadini non conta più) e non è neppure islamica, dato che sono stati picchiati e arrestati cittadini inermi che gridavano “Allah è grande” o che si riunivano per pregare su una tomba. Tutto questo non ha finora portato a un cambiamento concreto, ma si è rotto (probabilmente per sempre) un equilibrio di potere che durava dalla morte di Khomeini (1989) a oggi. Il fronte conservatore è diviso e direi anche in parte turbato. Molti convinti sostenitori del sistema sono oggi in crisi, non si fidano più dei compagni di un tempo. E la protesta continua, in forme diverse da quelle dei primi giorni, ma continua. Tutte le celebrazioni ufficiali sono ormai diventate occasioni per scendere in piazza e manifestare. La presenza di un’opposizione diffusa è ormai innegabile e sotto gli occhi di tutti. Questo è un cambiamento molto importante.
Difficile dire cosa non cambierà. Credo che un tratto che resterà centrale in Iran sia proprio l’Islam. Lo è stato nell’Iran pre-rivoluzionario, lo sarò anche in un eventuale Iran post rivoluzionario. La riprova è la centralità che la religione sta avendo anche per l’Onda verde. Non dimentichiamo che oggi la maggior parte dei religiosi sono contro Ahmadinejad e in molti mettono in discussione personaggi e princìpi fondamentali di questo sistema.

D: Come definiresti la posizione di Ahmadinejad oggi in Iran e, in particolare, il suo rapporto con la Guida suprema Khamenei? Ahmadinejad potrebbe essere definito, in qualche modo, un’anatra zoppa?
R: È un rapporto molto più complesso di come è stato spesso descritto dai media. Khamenei ha appoggiato Ahmadinejad pensando di poterlo manovrare a suo piacimento, ma non è così. Anche perché il presidente ha una visione politica e ideologica che tende a superare il concetto di velayat-e faqih, cioè del “governo del giureconsulto” su cui si basa la Repubblica islamica. Ahmadinejad è anche portatore di istanze diverse: lui viene dal popolo e crede fermamente nel ritorno dell’Imam nascosto che porterà finalmente la giustizia in Terra. Da luglio in poi, quando si è trattato di formare il governo, è iniziato un tira e molla tra presidente e Guida. In questo momento Ahmadinejad sarebbe favorevole a un accordo con la comunità internazionale sul nucleare, mentre Khamenei rimane contrario. Per il momento, sembra prevalere la linea della Guida. Ahmadinejad appare assai più traballante di un’anatra zoppa. Non è esagerato dire che è molto meno potente di un anno fa.

D: Il personaggio Khamenei, potentissimo, è forse quanto di più politicamente inquietante partorito dalla Repubblica islamica nel complicato periodo post-Khomeini. Chi è Khamenei, quali poteri ha e quali gruppi di forza economici rappresenta?
R: Credo che sia un personaggio sottovalutato. Sebbene sia dotato di scarso carisma, non dobbiamo dimenticare che è stato presidente per 8 anni e da 20 è la Guida suprema. È una figura piuttosto grigia, imposta in extremis da Khomeini poco prima di morire. È stato presidente della Repubblica dal 1981 al 1989. Inizialmente, l’erede designato di Khomeini come Guida era Montazeri, figura di ben altro spessore e carisma. Khamenei non aveva nemmeno i requisiti per ricoprire quel ruolo. Venne “promosso” Grande Ayatollah in fretta e furia proprio per sostituire Montazeri che si stava smarcando dal fondatore della Repubblica islamica. Khamenei è a tutti gli effetti il Capo dello Stato iraniano. La Costituzione gli attribuisce poteri enormi: è lui il Capo delle forze armate ed è a lui che spetta l’ultima parola in politica estera. Dietro di lui ci sono i vecchi potentati economici e una parte consistente del ceto politico, soprattutto dei membri del Parlamento. Dal punto di vista economico, Khamenei è sostenuto dai potentati che finora sono rimasti fedeli alla Repubblica islamica e non vedono di buon occhio la politica populistica di Ahmadinejad. Ma è una situazione molto aperta. Il bazar – inteso come centro di potere economico – è sempre stato decisivo nei cambiamenti epocali dell’Iran. Lo scorso anno aveva manifestato malumore nei confronti del presidente per la tentata introduzione dell’Iva e alle elezioni la borghesia medio-alta ha votato e sostenuto Mousavi.

D: Nell’autunno 2009 si è parlato di una morte improvvisa di Khamenei, che invece è ancora vivo e in sella al potere. La Guida suprema corre seriamente il pericolo di venire “pensionato” a forza? In particolare, Ahmadinejad avrebbe la forza militare per farlo? O chi per lui?
R: Sono voci che ritornano ogni tanto. Khamenei era stato dato per morto anche nel gennaio 2007. È malato e anche debilitato dalle vicende degli ultimi mesi. Ma va detto che in questo momento sembra più saldo lui di Ahmadinejad. Tecnicamente, è l’Assemblea degli Esperti a poter destituire la Guida, ma è un’ipotesi che al momento sembra davvero poco probabile. Non ci sono i numeri per una decisione del genere e Rafsanjani, presidente dell’Assemblea degli Esperti, si è molto defilato dopo un’iniziale presa di posizione molto coraggiosa. Ahmadinejad non ha al momento la forza per un colpo di mano. Nemmeno i pasdaran (che rispondono per statuto direttamente alla Guida suprema) sono tutti dalla sua parte. La diatriba sul nucleare ne è la dimostrazione: Ahmadinejad vorrebbe chiudere un accordo per incassare un risultato storico. Ma se si spinge troppo avanti, Khamenei è pronto a scaricarlo e ad ammettere magari che le elezioni sono state truccate.

D: Come ha agito in questi mesi Mousavi, il leader dell’opposizione, e quali errori ha compiuto nella sua strategia?
R: Non credo che Mousavi abbia commesso particolari errori. Non è un personaggio antisistema. È stato premier per otto anni, crede nella Repubblica islamica. È diventato leader dell’Onda verde perché era il candidato che avrebbe potuto battere Ahmadinejad. E ci era riuscito, il 12 giugno. Su questo non ci sono dubbi. Da allora ha scelto una linea cauta che però non credo sia dettata da paura o scarsa convinzione. In diversi momenti sembrava che il suo arresto fosse imminente, ma se non si è arrivati a tanto è perché Mousavi non è caduto nelle provocazioni. Continua un lavoro politico importante, di critica e di raccordo delle anime diverse del movimento.

D: È Mousavi il futuro dell’opposizione in Iran o qualcuno più credibile e meno “imparentato” con il potere potrebbe a breve presentarsi sulla scena?
R: Karroubi, l’altro grande sconfitto delle elezioni, ha certamente posizioni più aperte, più riformiste di Mousavi. Ed è indubbiamente più carismatico, ha più spessore umano e culturale. Ed è un religioso, aspetto tutt’altro che secondario. Però il futuro non è in un personaggio in particolare. L’Onda verde è un movimento orizzontale, senza veri leader e senza nemmeno una piattaforma precisa. È la sua forza, ma anche la sua debolezza. Se si punta a una transizione, sarebbe invece opportuno un personaggio interno al sistema che sia però realmente intenzionato a un’apertura nel campo delle libertà e della partecipazione. Almeno, questo è quello che penso io.

D: Ma, in realtà, quando si parla di opposizione in Iran di che cosa si parla? Quanto differisce, veramente, l’opposizione progressista dalla maggioranza conservatrice?
R: Non c’è semplicemente una maggioranza conservatrice e un’opposizione progressista. Ci sono diversi sfumature in tutti i campi. Con differenze anche profonde. Anche all’interno del “clero”, si va da posizioni radicali ad altre molto aperte e in grado di essere ancora oggi un punto di riferimento per le nuove generazioni. Ma non è nemmeno esatto rappresentare l’Iran come una dittatura assediata da una massa di giovani che vogliono la libertà. Questi sono tutti stereotipi. Un sistema non dura 30 anni se non ci sono parti consistenti della società che lo sostengono. Il che non vuol dire automaticamente che il sistema sia “democratico”. Come ha detto lo studioso francese Hourcard, l’Iran non è ancora una democrazia ma è una repubblica. E in Medio Oriente non è cosa da poco.

D: Infine: perché nel tuo ultimo, ottimo libro parli di “resa dei conti”? Tra chi e chi altri e, soprattutto, chi ha vinto e chi ha perso in questa “notte dei lunghi coltelli iraniana”? Forse, per ora, solo il popolo?
R: La resa dei conti è dell’Iran con se stesso, con la propria storia. È il momento finale di una contrapposizione tra tradizione e sviluppo che è cominciata 150 anni fa e che ha avuto nella rivoluzione del 1979 un passaggio importante ma non conclusivo. Dietro lo scontro tra blocchi di potere c’è una contrapposizione tra blocchi sociali diversi. L’Iran di oggi non è più quello in cui nacque la Repubblica islamica e anche il mondo tutto intorno è cambiato. Cosa accadrà nessuno può dirlo, ma l’Iran non è più quello di sei mesi fa. E tutto questo proprio grazie alla grande partecipazione alle elezioni prima e alle proteste poi. Non so chi vincerà alla fine, ma di sicuro – se non ha ancora vinto – non si può nemmeno dire che abbia già perso.