Višegrad. L'odio, la morte, l'oblio

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martedì 17 marzo 2009

Sesso e sentimenti a Roma


Intervista a Barbara Fabiani, autrice de “Fare l’amore a Roma

Roma è tante cose, nel bene e nel male. Una città la “fa” il potere che la amministra, la gente che la vive ma, nel caso della capitale d’Italia, grande risalto continuano ad avere le vestigia antiche, gli eroi noti e sconosciuti dei tempi che furono. E, tra i secondi, le donne. Tante donne. “Fare l’amore a Roma” (Infinito edizioni, 2009, pagg. 272, € 17,00) tra i tanti meriti ha anche quello di svelare nomi, esperienze, visi, dolori e gioie dell’altra metà del cielo, quelle donne che, madri o amanti, suore o prostitute, mogli o concubine, hanno scritto le pagine del tempo di una città, del suo fulgore e della sua decadenza, fino a oggi. Sono occorsi cinque anni di lavoro a Barbara Fabiani per scrivere il suo libro, ristampato dopo solo un mese e tra i più apprezzati in libreria sull’argomento. Barbara ci parla qui del suo lavoro. E delle donne di duemila anni di storia romana di cui si è resa portavoce

D. Tra i tanti volumi in libreria dedicati a Roma e alla sua storia millenaria, il tuo si segnala senz’altro per l’originalità, per il taglio che hai scelto oltre che per l’estrema cura sia del racconto sia dell’apparato iconografico. Come e quando nasce questo progetto e quanto tempo è occorso per portarlo a termine?
R. Forse il seme è stato piantato quando, già adulta, ho improvvisamente realizzato che le mie origini familiari si collocano a 50 metri dal Colosseo e a un passo dalla Basilica di San Clemente (ho saputo poi di poter vantare anche il ramo paterno originario di Trastevere). Mi è sembrato un dono del destino, qualcosa di speciale, da recuperare. Volevo avvicinarmi alla città in modo personale, ma francamente non avevo fatto i conti con Roma: una volta che ti inoltri, comanda lei. Un altro mio forte interesse è la storia sociale e delle donne, troppo a lungo ritenuta quella con la “s” minuscola. Quando cinque anni fa ho avuto l’idea di unire le due cose, pensavo a un libro più semplice e ammiccante: anche in questo caso non mi ero resa conto di quanto sia complesso “Fare l’Amore”. È un libro scritto in maniera semplice, di argomenti ammiccanti ma molto seri.

D. Come definiresti il tuo libro? Perché non è solo una guida ma non è neppure un saggio, nel senso tradizionale. E non è senz’altro un manuale, perché una delle caratteristiche peculiari di “Fare l’Amore a Roma” è che sa avvincere il lettore come un racconto, senza mai stancarlo, conducendolo in argomenti molto particolari lungo più di 2.000 anni di storia.
R. In effetti sfugge a una definizione precisa. Si potrebbe dire che è un modo di raccontare i luoghi di Roma – e che luoghi! – attraverso il corpo (relazioni familiari, amanti, prole, onorabilità e disonore, lecito e illecito) di chi ci ha vissuto, ma in eguale misura è una piccola “storia della sfera privata” scritta sul corpo di Roma (strade, piazze, chiese e monumenti). Benché sia in forma di libro a me, alla fine, sembra un caleidoscopio. Appoggiato l’occhio sulla Città Eterna, sta al lettore vedere assemblarsi i pezzettini nella forma che più lo affascina: racconti di vita, guida di luoghi, approfondimento sociale o rilettura storica.

D. Perché il focus del tuo interesse è sull’amore a Roma? Amore, famiglia e sesso sono il filo rosso che lega la Roma repubblicana e imperiale alla Roma dei papi. Puoi chiarire questo aspetto?
R. Perché quando ci si vuole conoscere si parla delle cose personali e che si hanno in comune. Possiamo differire in molti aspetti dai nostri antenati, ma ciò che non è cambiato, e non cambierà, è la centralità dell’esperienza con la famiglia e la sessualità, anche qualora fosse la perdita o la rinuncia dell’una o l’altra. Sono le dimensioni che condividono tutti gli esseri umani e che ci permettono di immedesimarci con chi ci ha preceduto in questo mondo, o semplicemente di metterci in ascolto. Senza contare che il paragone con le esperienze altrui di ieri aiuta a inquadrare le proprie di oggi.

D. Nel libro delinei con grande cura molti personaggi femminili, alcuni assai noti, altri colpevolmente inghiottiti dalle pagine della storia e dall’oblio del tempo. Quale delle figure di cui racconti ti ha maggiormente colpito?
R. È stata lei a chiamarmi: parlo della madre disperata per l’aborto del figlio che portava in grembo e che si dà la colpa dell’accaduto. Si tratta di una lapide, semicancellata e dimenticata in Santa Maria del Popolo, senza né nome né data, che ho riscoperto attratta dal grido che usciva dal marmo: «Hev, Matris Crudele Nefas»: «Ahi, crimine crudele di una madre…».
Considerando l’insieme della memoria sepolcrale in cui è iscritta la lapide-messaggio ho dedotto che si tratta della nobile Anastasia Masci, che si accusa di aver provocato la morte del bimbo a causa del troppo pianto versato al funerale dello zio vescovo, nel 1613. Sono onorata che Anastasia abbia scelto me per farsi ascoltare di nuovo, come uno sfogo tra amiche dopo 400 anni.

D. Raccontaci anche una storia al maschile.
R. «Anche tu figlio mio?»: è la frase pronunciata da Cesare morente a Bruto, quella mattina delle Idi di marzo del 44 a.C., nella Curia di Pompeo, a pochi metri dall’Area Sacra di Largo Argentina. A me ha molto commosso un’interpretazione di questa frase che evidenzia e dimostra il forte rapporto “familiare” tra i due, l’intrecciarsi dei loro affetti e la politica. A proposito di relazioni familiari, e passando dai singoli ai gruppi, credo che sia ben riuscita la lettura che ho dato dell’Ara Pacis come “ritratto di famiglia”, quella Giulio Claudia e tutt’altro che una famiglia serena (con l’occasione di parlare anche di nozze, divorzio, adozioni etc… a Roma antica). Dopo aver scritto dei loro rapporti, quelle figure scolpite sul monumento per me sono diventate “persone vere”.

D. Incuriosisce molto la scelta dell’apparato iconografico, comunque orientata all’aspetto sociale. Dalle immagini e dalle illustrazioni pubblicate nel libro si scoprono luoghi di Roma ormai scomparsi, cambiati nel tempo o abbattuti dai picconi.
R. Mi è particolarmente caro il “quartiere scomparso” nell’area del Mausoleo di Augusto, noto nel ‘500 anche come l’Ortaccio, che avrebbe dovuto essere, nelle intenzione dei papi controriformisti, il “serraglio delle meretrici”; la stessa zona nei secoli successivi ospitò anche l’ospedale delle “Celate”, un’istituzione sanitaria notevole, dove le donne potevano partorire in segreto il frutto di un rapporto illegittimo. Il quartiere è stato cancellato nel 1937 per far riemergere, spogliando l’Auditorium Umberto I, il Mausoleo di Augusto (altro scrigno di storie…). Una foto area dei primi Anni ’30 è una delle rare immagini di questo quartiere quando era ancora intero; sono sicura che sono pochi i romani, e non, ad averla mai vista.

D. Dopo questo lavoro non ti senti pronta per fare la guida turistica?
R. E perché no? Anche se mi sento piuttosto una divulgatrice appassionata, anche in quanto giornalista; credo che condividere queste storie sia arricchente per tutti, apra nuovi interessi e contribuisca a una maggiore consapevolezza della nostra società, quella in cui viviamo. Questo, tra l’altro, è lo spirito dell’associazione culturale che ho fondato con amici che la pensano come me, “Vita Romana”, con lo scopo di alimentare la conoscenza della città legata alla storia sociale in generale, non solo della famiglia.

D. Il tuo libro, assai voluminoso (272 pagine) ma con un prezzo davvero contenuto (17 euro) non esaurisce tutta l’enorme materia che la storia e i personaggi di Roma mettono a disposizione della tua creatività. È allo studio un secondo volume sull’argomento o pensi di concentrarti su altro?
R. Il lavoro di raccolta ha finora prodotto oltre 500 pagine, distribuiti in altri percorsi per Roma con luoghi da rileggere ed altre “declinazioni” dell’argomento “Fare l’Amore” da raccontare; quindi l’intenzione è di portare avanti il progetto almeno con un secondo volume. Penso inoltre che anche così, resta ancora un bel po’ da lavorare e scrivere; Roma è Eterna anche perché è Inesauribile. Ma, dopo tutto, sono ancora giovane…