Višegrad. L'odio, la morte, l'oblio

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giovedì 19 febbraio 2009

Meraviglie di Budapest, tra feste e Cinetrip

Può capitare di conoscere un cittadino ungherese e di sentirlo decantare le maraviglie della sua capitale. Poi può capitare di conoscere italiani sposati con donne ungheresi, o viceversa, e sentirli programmare e sognare di trasferirsi a vivere prima possibile a Budapest. Viene spontaneo pensare che per gli uni sia facile idealizzare ciò che hanno lasciato, per gli altri – nella negatività della decadenza sociale e culturale italiana odierna – ambire un “buen retiro esotico”, all’ombra dei tetti asburgici bagnati dal placido Danubio e della calda architettura in stile Liberty della capitale ungherese.
L’unica soluzione, in questi casi, è partire e andare a vedere di persona. E capire, toccando con mano, che né gli uni né gli altri esageravano. Budapest è una grande capitale europea orientale, con tutti i pro e i contro di questo status. Ma, a contempo, con una grande storia, curata e valorizzata, e grandi attrattive, che fanno di questa città un luogo unico al mondo.

La storia
Budapest – nata dalla fusione, avvenuta nel 1873, di tre cittadine confinanti (Buda, Obuda e Pest) –è da sempre città termale, ed esattamente la più importante d’Europa e una delle più rinomate al mondo. Le prime tracce storiche della futura capitale ungherese risalgono ai tempi dell’Antica Roma, che fece di Budapest – dai romani fondata intorno all’89 a.C. e chiamata Aquincum – la capitale della provincia della Pannonia. Occupata intorno al 900 dai Magiari, antenati degli attuali ungheresi, la città divenne nel 1000 il cuore del neo-nato Stato d’Ungheria.
Il Piazzale degli Eroi è un grande spiazzo pedonale situato al termine dello splendido viale Andrassy, che nasce dal lato di Pest del ponte delle catene, il bellissimo viadotto a due campate sospeso sul Danubio progettato dall’architetto scozzese Clark Adám per unire Buda e Pest. Lasciato alle spalle il ponte, dietro cui campeggia il possente castello, dopo una splendida passeggiata di circa tre chilometri, tutti pianeggianti, si arriva al piazzale, alle cui spalle sorge una delle zone ricreative più verdi d’Europa, con il giardino zoologico, il circo stabile, le meravigliose terme di Szechenyi, il parco con il laghetto, il campo da hockey su ghiaccio e il castello di Vajdahunyad, costruito per l’esposizione universale del 1896 e divenuto uno dei più rinomati monumenti cittadini. Piazzale degli Eroi è dedicato ai fondatori della patria magiara, a partire da Stefano I (1000-1038), incoronato nel dicembre 1000 primo re d’Ungheria, artefice della conversione al cristianesimo dei sui connazionali. A simboleggiare l’adesione al cristianesimo, sull’alta colonna che svetta al centro della piazza la statua ivi collocata rappresenta non uno dei fondatori dell’Ungheria bensì l’Arcangelo Gabriele.
Pest fu devastata dai Mongoli nel 1241, destino da cui Buda, sede del castello reale dal 1247 (sorse per volontà del re Mattia), si salvò, diventando poi dal 1361 capitale dell'Ungheria. Il Paese magiaro fu in gran parte invaso dai Turchi all’inizio del XVI secolo. Pest capitolò nel 1526. Buda resistette fino al 1541, ma poi cadde, diventando sede del governatore turco. Il regno magiaro fu progressivamente liberato dagli Asburgo nel corso del XVII secolo e nel 1699, con il Trattato di Karlowitz, si mise fine alla guerra tra la Lega Santa e l’Impero Ottomano (1683-1697), con il passaggio dell’Ungheria sotto l’ala di ferro dell’Impero asburgico. Cominciò una fase di grande sviluppo architettonico della città, che conobbe però al contempo diversi tentativi di rivolta per liberarsi dal giogo austriaco e riguadagnare l’indipendenza, cosa che avverrà però solo alla fine della prima guerra mondiale.
Il ponte delle catene, costruito su iniziativa del Conte Istvan Szechenyi, fu inaugurato nel 1849, e costituì il primo collegamento tra Buda e Pest, in attesa che le due cittadine venissero unite anche amministrativamente. Il ponte, sospeso sul placido Danubio, fu distrutto e più volte ricostruito, fino a raggiungere l’aspetto odierno. Due leggende aleggiano sul progettista del ponte, che si suicidò poco dopo il completamento dell’opera. La prima vuole che Adám si sia tolto la vita perché non fu possibile unire gli ultimi due anelli dell’ultima catena che sosteneva il ponte originario. La seconda narra invece che si sia gettato nel Danubio per vergogna, dopo che qualcuno gli aveva fatto notare che alle quattro statue di leoni che “controllano” i due accessi al ponte (lato Pest e lato Buda) mancano le lingue.
Il sontuoso e gotico Parlamento ungherese (Országház), è invece assai più recente, essendo stato costruito nel 1902. Ormai la democrazia ungherese, liberatasi prima dal giogo asburgico, poi da quello nazista e infine da quello sovietico, è ben stabile, ma non lo stesso può dirsi dell’edificio del Parlamento che, composto di quasi 700 stanze, ha un punto debole nel suo rivestimento di calcare poroso, assai vulnerabile all'azione aggressiva dell’inquinamento atmosferico. La sede della presidenza della Repubblica si trova invece all’interno della cinta muraria del castello. La circolazione sul ponte delle catene oggi è naturalmente libera. Ma non sorprenderà sapere che nell’Ottocento per calpestare il ponte chiunque doveva pagare un pedaggio, nobili inclusi.

Budapest oggi
Budapest è una capitale moderna, una città di quasi due milioni di abitanti, insediati su un territorio amplissimo, di circa 500 chilometri quadrati. Abbondano gli spazi verdi e quelli per i bambini, ai quali sono dedicate iniziative tutto l’anno, e soprattutto in estate. Tre linee metropolitane servono la città per alcune decine di chilometri, una quarta è in costruzione (con qualche disagio per la cittadinanza) e completa il servizio pubblico una valida rete tranviaria e quella degli autobus, quasi tutti molto vecchi.
La città è dotata di banche con bancomat, uffici di cambio valuta, zone pedonali e locali con ogni tipo di ricreazione, inclusi casinò e blindatissimi locali a luci rosse. È, inoltre, ricca di punti informativi, da quelli più tradizionali a quelli più “agili”, rappresentati magari anche solo da un carretto colorato. Il cibo è eccellente, a cominciare dal gulasch e dai dolci, e la città estremamente accogliente e molto più sicura, anche di notte, di tante metropoli occidentali, a partire da quelle italiane. La valuta è il fiorino ungherese, il cui tasso di cambio rispetto all’euro ultimamente oscilla molto (tra i 230 e i 295 fiorini per un euro) creando ottime condizioni per i turisti ma non poche difficoltà per gli ungheresi, oggi duramente colpiti dalla crisi economica. Budapest è una delle principali attrazioni turistiche europee ma in pochi ancora la visitano per fare esperienza diretta della sua principale ricchezza: le terme.

Una miniera d’acqua
Budapest è la città dell’acqua. Più di Venezia. Più di qualsiasi altra metropoli. Perché quella di Budapest è acqua dolce, che sgorga dalle montagne o dal sottosuolo a temperature che oscillano tra 10 e più di 75 gradi centigradi. Ogni giorno 118 sorgenti donano alla capitale ungherese ben 70 milioni di litri d’acqua potabile con differenti capacità curative. Lo avevano capito i romani, lo sapevano i turchi, che hanno donato le prime vere e proprie terme alla città.
Oggi delle vestigia termali turche non è rimasto quasi nulla, se non l’impronta culturale ed estetica, ma qualche resto d’epoca lo si può ancora ammirare, soprattutto nella parte di Obuda.
Budapest è diventata città di cura termale solo nel Ventesimo secolo, acquisendo ufficialmente quest’appellativo nel 1934. I principali visitatori sono adulti locali e turisti. Meno attirati da questo stupefacente patrimonio sono i giovani ungheresi, che preferiscono forme di svago meno “noiose”. Il centro termale più grande e frequentato è quello, splendido, di Szechenyi (XIV distretto cittadino, Állatkerti körút 11). Il bagno termale è dotato di tre grandi piscine esterne, attive tutto l’anno, anche quando nevica, e di 15 vasche interne di diversa grandezza.
Le tre piscine esterne sono le più caratteristiche della struttura. Nella vasca definita “dell’avventura”, l’acqua ha una temperatura di poco superiore ai 30 gradi. Giochi d’acqua e potenti getti la rendono divertente per utenti di tutte le età, che possono letteralmente sedere su potenti idromassaggi o essere dolcemente trasportati da vortici d’acqua, per non parlare del massaggio plantare, delle fontane e di altre meraviglie.
La seconda vasca esterna è quella definita “degli scacchi”, speculare alla prima vasca e da questa separata da una piscina centrale lunga una trentina di metri. In questa seconda vasca l’acqua sgorga a circa 40 gradi centigradi e rimanervi dentro immersi fino al collo è una meraviglia (sconsigliatissimo nuotare). I locali meno giovani hanno scoperto quanto possa essere rilassante rimanervi immersi ingannando il tempo con una bella partita a scacchi. Da qui il nome dato alla piscina, ormai celebre in tutto il mondo. Nessuna preoccupazione per l’escursione termica tra i 40 gradi dell’interno e i 4-5 gradi scarsi dell’esterno, in inverno (quando va bene). Rimane persino piacevole passeggiare per qualche minuto, una volta usciti dall’acqua, in costume da bagno o in accappatoio.
L’acqua di questa vasca, come le altre, proviene da pozzi scavati centinaia di metri sotto al suolo e nasce a 73 gradi centigradi. Un potente sistema di pompe e di riscaldamento garantisce una temperatura assolutamente costante e un’erogazione continua.
La piscina centrale ha invece una temperatura che oscilla tra i 22 e i 23 gradi centigradi ed è ottima per nuotare.
Oltre alle tre esterne, la struttura di Szechenyi ha anche altre 15 vasche interne di varia grandezza, con temperature che oscillano dai 10 ai 38 gradi centigradi. Completano l’offerta saune e bagni turchi, alcuni caratterizzati dall’irrorazione di essenze balsamiche, come la menta, eccellenti per curare sinusiti e affezioni delle vie respiratorie (dietro consiglio di un medico).
La struttura ha circa 150 dipendenti e ospita 3-4.000 visitatori al giorno. Le terme di Budapest hanno un biglietto d’ingresso giornaliero che, a seconda del cambio, oscilla tra i 10 e i 12 euro. È possibile anche acquistare carnet e abbonamenti, a prezzi ancora più convenienti. La struttura di Szechenyi fa parte di un gruppo di 12 terme cittadine di proprietà di una società per azioni a capitale interamente pubblico. Ciò nonostante, il costo del biglietto rimane assolutamente popolare e, essendo tutte le strutture termali cittadine convenzionate con il sistema sanitario nazionale, esibendo un’apposita prescrizione medica è possibile avere sensibili sconti. Un vero esempio di stato sociale in un’Europa in cui il cosiddetto welfare è in via di progressivo smantellamento. Szechenyi è aperta tutti i giorni dalle 6,00 del mattino alle 22,00. Per chi va a Budapest, visitarla è una sorta di piacevolissimo obbligo.
Altra struttura termale eccezionale è quelle di Gellért (XI, viale Kelenhegyi 4). Il bagno termale fu costruito dai turchi ai piedi del monte Gherardo, da dove scaturisce la vena d’acqua. L’attuale Bagno Gellért, con l’hotel omonimo, fu costruito nel 1918; nel 1927 furono terminati i lavori di costruzione della piscina a onde e nel 1934 di quella a idromassaggio. Vi sono due vasche interne aperte a tutti e due i sessi contemporaneamente, così come quelle esterne, attive solo in estate. Gellért è poi dotato di quattro piscine interne che possono essere serenamente considerate vere opere d’arte. Mentre Szechenyi e le altre terme sono aperte a entrambe i sessi contemporaneamente, le vasche interne del Gellért, purtroppo non fotografabili, vedono una rigorosa divisione dei due sessi. All’interno di queste sezioni del bagno dominano maioliche colorate e pregiati mosaici. Gellért è stato internamente ed esternamente restaurato di recente e l’impressione è di trovarsi in una sorta di Cappella Sistina termale, con un’attenzione per i dettagli quasi maniacale. Assolutamente da visitare, non foss’altro – se non piacciono le decorazioni arabeggianti – per le due vasche a 36 e 38 gradi centigradi, capaci di regalare un relax difficile da descrivere, e per gli ottimi massaggi (che si pagano a parte). L’arredamento del bagno, nonostante i lavori di ristrutturazione, è rimasto quello originale, con un caldo ma a volte eccessivo stile Liberty, con mosaici colorati anche nelle zone visibili a entrambi i sessi contemporaneamente, colonne di marmo, vetrate e statue classicheggianti.
Altro bagno termale storico di Budapest è il Rudas, struttura tanto anonima all’esterno (I, piazza Döbrentei 9) quanto splendida all’interno. Il bagno è stato di recente completamente ristrutturato, con nuovi spogliatoi in legno (come negli altri bagni) e sale massaggi. Sorge esattamente di fronte al Danubio e sotto il monte Gellért, da dove giungono le acque termali. Il Rudas ha un elevatissimo valore, oltre che per le sue due piscine (una “turca”, ottagonale, e una piscina rettangolare più tradizionale), per gli edifici risalenti all’epoca turca. La piscina ottagonale, la più preziosa tra le due, si trova sotto una cupola del diametro di 10 metri, retta da otto colonne. Gli sbuffi di vapore visibili all’esterno chiariscono circa la temperatura interna elevata, che in acqua arriva e supera i 42 gradi centigradi, con un effetto piacevolissimo.

La città delle feste e del Cinetrip
Budapest è definita “la città delle feste”. Nel fine settimana i giovani locali usano ritrovarsi ovunque per socializzare e bere birra. Nel corso degli anni si sono moltiplicati gli spazi “alternativi” in cui sentire musica techno (che nell’Est europeo va per la maggiore, come ben sa ad esempio chi viaggia nei Balcani), fumare copiosamente e bere malti. Dall’esterno questi luoghi, se non li si conosce, sono del tutto invisibili, anche perché perfettamente insonorizzati. Scovarli con i giovani del posto è una sorpresa e persino un piacere. Spesso si tratta di vecchie case semi-diroccate, messe in sicurezza ma lasciate in stato di semi-abbandono. Vi sono interi appartamenti, anche su più piani, adibiti a techno-bar, ma anche cortili esterni coperti e insonorizzati, sottotetti di supermercati, officine meccaniche dismesse con dj che mettono i dischi all’interno di carcasse di vecchie automobili e così via. Probabilmente in Italia sarebbe impossibile avere l’autorizzazione per allestire simili luoghi d’intrattenimento, ma visitarli a Budapest può essere interessante e aprire uno spaccato di comprensione inedito nei confronti delle nuove generazioni e del loro bisogno di socialità.
Partendo da questo bisogno di socialità e dalla ricchezza termale di Budapest, un giorno un uomo dall’immensa creatività, il Vj Laki Laszlo, ha pensato di unire l’amore per le feste con quello per i bagni. Così nasce il Cinetrip, evento che si svolge una decina di volte l’anno e che unisce arte visiva, luci, bagni e musica techno. Un cocktail incredibile che ha proprio nei bagni Rudas il suo teatro ideale e perfetto. Per l’occasione si esibiscono artisti di diversa estrazione e formazione, dalle ballerine di danza del ventre alle danzatrici acquatiche e acrobatiche fino ai giocolieri che disegnano nel buio disegni col fuoco. L’effetto è dirompente e trascorrere una nottata così (dalle 21,00 del sabato fin verso le 4,00 del mattino della domenica), ballando nell’acqua calda e facendosi trascinare dalle immagini e dai giochi di luce dei Vj (laddove la “V” sta per “Visual”) del Cinetrip è un’esperienza che almeno una volta nella vita merita di essere fatta.
Accompagnato dalla bravissima Anna Sessler, sotto l’ala protettrice della dj Sanyi, ho potuto ammirare l’ottimo spettacolo del Cinetrip. Nato come unione di musica elettronica con vecchie pellicole prive di audio in bianco e nero, girate negli Anni Trenta, oggi il Cinetrip – realizzato affittando il Rudas e dando lavoro a circa 140 persone, con la benedizione dell’amministrazione comunale di Budapest – è un circo di colori e di creatività che sta cominciando ad affermarsi anche all’estero, in particolare in Francia.
Laki è un vero genio visionario, capace di trascinare lo spettatore in un mondo di universi paralleli, nello spazio profondo di un infinito imponderabile così come nel cielo di un secolo fa, a bordo di potenti e agili astronavi di luce o di biplani sforacchiati da Baroni Rossi virtuali.
I giochi di laser del Cinetrip non sono fredde ali metalliche di uccelli cibernetici senz’anima ma farfalle multicrome nate dalla calda sorgente della genialità che carezzano con ali morbide, sono scale calde che aprono vie certe verso altezze insospettabili, e ancora sogni siderali carichi di speranza e ottimismo. Cinetrip costa 5.000 fiorini in prevendita (circa 18 euro) e 6.000 se il biglietto viene acquistato sul posto la sera dello spettacolo (l’Italia è l’unico Paese in cui la prevendita viene fatta pagare a un prezzo maggiorato, invece che dare diritto a uno sconto…!), può accogliere 800-1.000 persone a serata e, soprattutto, può essere la conclusione felice di un viaggio a Budapest o la ragione stessa di un volo verso una capitale vera e ospitale, un luogo felice per il viaggiatore in cui recuperare per qualche giorno quella dimensione umana che l’urbanità italiana selvaggia e priva di alberi e rispetto sta ormai cancellando, infischiandosene della nostra infanzia e del nostro futuro. Budapest è un modello cui puntare e un luogo in cui, assolutamente, andare. Almeno per provare una dimensione diversa, una volta nella vita.

Meraviglie di Budapest, tra terme e Cinetrip

Può capitare di conoscere un cittadino ungherese e di sentirlo decantare le maraviglie della sua capitale. Poi può capitare di conoscere italiani sposati con donne ungheresi, o viceversa, e sentirli programmare e sognare di trasferirsi a vivere prima possibile a Budapest. Viene spontaneo pensare che per gli uni sia facile idealizzare ciò che hanno lasciato, per gli altri – nella negatività della decadenza sociale e culturale italiana odierna – ambire un “buen retiro esotico”, all’ombra dei tetti asburgici bagnati dal placido Danubio e della calda architettura in stile Liberty della capitale ungherese.
L’unica soluzione, in questi casi, è partire e andare a vedere di persona. E capire, toccando con mano, che né gli uni né gli altri esageravano. Budapest è una grande capitale europea orientale, con tutti i pro e i contro di questo status. Ma, a contempo, con una grande storia, curata e valorizzata, e grandi attrattive, che fanno di questa città un luogo unico al mondo.

La storia
Budapest – nata dalla fusione, avvenuta nel 1873, di tre cittadine confinanti (Buda, Obuda e Pest) –è da sempre città termale, ed esattamente la più importante d’Europa e una delle più rinomate al mondo. Le prime tracce storiche della futura capitale ungherese risalgono ai tempi dell’Antica Roma, che fece di Budapest – dai romani fondata intorno all’89 a.C. e chiamata Aquincum – la capitale della provincia della Pannonia. Occupata intorno al 900 dai Magiari, antenati degli attuali ungheresi, la città divenne nel 1000 il cuore del neo-nato Stato d’Ungheria.
Il Piazzale degli Eroi è un grande spiazzo pedonale situato al termine dello splendido viale Andrassy, che nasce dal lato di Pest del ponte delle catene, il bellissimo viadotto a due campate sospeso sul Danubio progettato dall’architetto scozzese Clark Adám per unire Buda e Pest. Lasciato alle spalle il ponte, dietro cui campeggia il possente castello, dopo una splendida passeggiata di circa tre chilometri, tutti pianeggianti, si arriva al piazzale, alle cui spalle sorge una delle zone ricreative più verdi d’Europa, con il giardino zoologico, il circo stabile, le meravigliose terme di Szechenyi, il parco con il laghetto, il campo da hockey su ghiaccio e il castello di Vajdahunyad, costruito per l’esposizione universale del 1896 e divenuto uno dei più rinomati monumenti cittadini. Piazzale degli Eroi è dedicato ai fondatori della patria magiara, a partire da Stefano I (1000-1038), incoronato nel dicembre 1000 primo re d’Ungheria, artefice della conversione al cristianesimo dei sui connazionali. A simboleggiare l’adesione al cristianesimo, sull’alta colonna che svetta al centro della piazza la statua ivi collocata rappresenta non uno dei fondatori dell’Ungheria bensì l’Arcangelo Gabriele.
Pest fu devastata dai Mongoli nel 1241, destino da cui Buda, sede del castello reale dal 1247 (sorse per volontà del re Mattia), si salvò, diventando poi dal 1361 capitale dell'Ungheria. Il Paese magiaro fu in gran parte invaso dai Turchi all’inizio del XVI secolo. Pest capitolò nel 1526. Buda resistette fino al 1541, ma poi cadde, diventando sede del governatore turco. Il regno magiaro fu progressivamente liberato dagli Asburgo nel corso del XVII secolo e nel 1699, con il Trattato di Karlowitz, si mise fine alla guerra tra la Lega Santa e l’Impero Ottomano (1683-1697), con il passaggio dell’Ungheria sotto l’ala di ferro dell’Impero asburgico. Cominciò una fase di grande sviluppo architettonico della città, che conobbe però al contempo diversi tentativi di rivolta per liberarsi dal giogo austriaco e riguadagnare l’indipendenza, cosa che avverrà però solo alla fine della prima guerra mondiale.
Il ponte delle catene, costruito su iniziativa del Conte Istvan Szechenyi, fu inaugurato nel 1849, e costituì il primo collegamento tra Buda e Pest, in attesa che le due cittadine venissero unite anche amministrativamente. Il ponte, sospeso sul placido Danubio, fu distrutto e più volte ricostruito, fino a raggiungere l’aspetto odierno. Due leggende aleggiano sul progettista del ponte, che si suicidò poco dopo il completamento dell’opera. La prima vuole che Adám si sia tolto la vita perché non fu possibile unire gli ultimi due anelli dell’ultima catena che sosteneva il ponte originario. La seconda narra invece che si sia gettato nel Danubio per vergogna, dopo che qualcuno gli aveva fatto notare che alle quattro statue di leoni che “controllano” i due accessi al ponte (lato Pest e lato Buda) mancano le lingue.
Il sontuoso e gotico Parlamento ungherese (Országház), è invece assai più recente, essendo stato costruito nel 1902. Ormai la democrazia ungherese, liberatasi prima dal giogo asburgico, poi da quello nazista e infine da quello sovietico, è ben stabile, ma non lo stesso può dirsi dell’edificio del Parlamento che, composto di quasi 700 stanze, ha un punto debole nel suo rivestimento di calcare poroso, assai vulnerabile all'azione aggressiva dell’inquinamento atmosferico. La sede della presidenza della Repubblica si trova invece all’interno della cinta muraria del castello. La circolazione sul ponte delle catene oggi è naturalmente libera. Ma non sorprenderà sapere che nell’Ottocento per calpestare il ponte chiunque doveva pagare un pedaggio, nobili inclusi.

Budapest oggi
Budapest è una capitale moderna, una città di quasi due milioni di abitanti, insediati su un territorio amplissimo, di circa 500 chilometri quadrati. Abbondano gli spazi verdi e quelli per i bambini, ai quali sono dedicate iniziative tutto l’anno, e soprattutto in estate. Tre linee metropolitane servono la città per alcune decine di chilometri, una quarta è in costruzione (con qualche disagio per la cittadinanza) e completa il servizio pubblico una valida rete tranviaria e quella degli autobus, quasi tutti molto vecchi.
La città è dotata di banche con bancomat, uffici di cambio valuta, zone pedonali e locali con ogni tipo di ricreazione, inclusi casinò e blindatissimi locali a luci rosse. È, inoltre, ricca di punti informativi, da quelli più tradizionali a quelli più “agili”, rappresentati magari anche solo da un carretto colorato. Il cibo è eccellente, a cominciare dal gulasch e dai dolci, e la città estremamente accogliente e molto più sicura, anche di notte, di tante metropoli occidentali, a partire da quelle italiane. La valuta è il fiorino ungherese, il cui tasso di cambio rispetto all’euro ultimamente oscilla molto (tra i 230 e i 295 fiorini per un euro) creando ottime condizioni per i turisti ma non poche difficoltà per gli ungheresi, oggi duramente colpiti dalla crisi economica. Budapest è una delle principali attrazioni turistiche europee ma in pochi ancora la visitano per fare esperienza diretta della sua principale ricchezza: le terme.

Una miniera d’acqua
Budapest è la città dell’acqua. Più di Venezia. Più di qualsiasi altra metropoli. Perché quella di Budapest è acqua dolce, che sgorga dalle montagne o dal sottosuolo a temperature che oscillano tra 10 e più di 75 gradi centigradi. Ogni giorno 118 sorgenti donano alla capitale ungherese ben 70 milioni di litri d’acqua potabile con differenti capacità curative. Lo avevano capito i romani, lo sapevano i turchi, che hanno donato le prime vere e proprie terme alla città.
Oggi delle vestigia termali turche non è rimasto quasi nulla, se non l’impronta culturale ed estetica, ma qualche resto d’epoca lo si può ancora ammirare, soprattutto nella parte di Obuda.
Budapest è diventata città di cura termale solo nel Ventesimo secolo, acquisendo ufficialmente quest’appellativo nel 1934. I principali visitatori sono adulti locali e turisti. Meno attirati da questo stupefacente patrimonio sono i giovani ungheresi, che preferiscono forme di svago meno “noiose”. Il centro termale più grande e frequentato è quello, splendido, di Szechenyi (XIV distretto cittadino, Állatkerti körút 11). Il bagno termale è dotato di tre grandi piscine esterne, attive tutto l’anno, anche quando nevica, e di 15 vasche interne di diversa grandezza.
Le tre piscine esterne sono le più caratteristiche della struttura. Nella vasca definita “dell’avventura”, l’acqua ha una temperatura di poco superiore ai 30 gradi. Giochi d’acqua e potenti getti la rendono divertente per utenti di tutte le età, che possono letteralmente sedere su potenti idromassaggi o essere dolcemente trasportati da vortici d’acqua, per non parlare del massaggio plantare, delle fontane e di altre meraviglie.
La seconda vasca esterna è quella definita “degli scacchi”, speculare alla prima vasca e da questa separata da una piscina centrale lunga una trentina di metri. In questa seconda vasca l’acqua sgorga a circa 40 gradi centigradi e rimanervi dentro immersi fino al collo è una meraviglia (sconsigliatissimo nuotare). I locali meno giovani hanno scoperto quanto possa essere rilassante rimanervi immersi ingannando il tempo con una bella partita a scacchi. Da qui il nome dato alla piscina, ormai celebre in tutto il mondo. Nessuna preoccupazione per l’escursione termica tra i 40 gradi dell’interno e i 4-5 gradi scarsi dell’esterno, in inverno (quando va bene). Rimane persino piacevole passeggiare per qualche minuto, una volta usciti dall’acqua, in costume da bagno o in accappatoio.
L’acqua di questa vasca, come le altre, proviene da pozzi scavati centinaia di metri sotto al suolo e nasce a 73 gradi centigradi. Un potente sistema di pompe e di riscaldamento garantisce una temperatura assolutamente costante e un’erogazione continua.
La piscina centrale ha invece una temperatura che oscilla tra i 22 e i 23 gradi centigradi ed è ottima per nuotare.
Oltre alle tre esterne, la struttura di Szechenyi ha anche altre 15 vasche interne di varia grandezza, con temperature che oscillano dai 10 ai 38 gradi centigradi. Completano l’offerta saune e bagni turchi, alcuni caratterizzati dall’irrorazione di essenze balsamiche, come la menta, eccellenti per curare sinusiti e affezioni delle vie respiratorie (dietro consiglio di un medico).
La struttura ha circa 150 dipendenti e ospita 3-4.000 visitatori al giorno. Le terme di Budapest hanno un biglietto d’ingresso giornaliero che, a seconda del cambio, oscilla tra i 10 e i 12 euro. È possibile anche acquistare carnet e abbonamenti, a prezzi ancora più convenienti. La struttura di Szechenyi fa parte di un gruppo di 12 terme cittadine di proprietà di una società per azioni a capitale interamente pubblico. Ciò nonostante, il costo del biglietto rimane assolutamente popolare e, essendo tutte le strutture termali cittadine convenzionate con il sistema sanitario nazionale, esibendo un’apposita prescrizione medica è possibile avere sensibili sconti. Un vero esempio di stato sociale in un’Europa in cui il cosiddetto welfare è in via di progressivo smantellamento. Szechenyi è aperta tutti i giorni dalle 6,00 del mattino alle 22,00. Per chi va a Budapest, visitarla è una sorta di piacevolissimo obbligo.
Altra struttura termale eccezionale è quelle di Gellért (XI, viale Kelenhegyi 4). Il bagno termale fu costruito dai turchi ai piedi del monte Gherardo, da dove scaturisce la vena d’acqua. L’attuale Bagno Gellért, con l’hotel omonimo, fu costruito nel 1918; nel 1927 furono terminati i lavori di costruzione della piscina a onde e nel 1934 di quella a idromassaggio. Vi sono due vasche interne aperte a tutti e due i sessi contemporaneamente, così come quelle esterne, attive solo in estate. Gellért è poi dotato di quattro piscine interne che possono essere serenamente considerate vere opere d’arte. Mentre Szechenyi e le altre terme sono aperte a entrambe i sessi contemporaneamente, le vasche interne del Gellért, purtroppo non fotografabili, vedono una rigorosa divisione dei due sessi. All’interno di queste sezioni del bagno dominano maioliche colorate e pregiati mosaici. Gellért è stato internamente ed esternamente restaurato di recente e l’impressione è di trovarsi in una sorta di Cappella Sistina termale, con un’attenzione per i dettagli quasi maniacale. Assolutamente da visitare, non foss’altro – se non piacciono le decorazioni arabeggianti – per le due vasche a 36 e 38 gradi centigradi, capaci di regalare un relax difficile da descrivere, e per gli ottimi massaggi (che si pagano a parte). L’arredamento del bagno, nonostante i lavori di ristrutturazione, è rimasto quello originale, con un caldo ma a volte eccessivo stile Liberty, con mosaici colorati anche nelle zone visibili a entrambi i sessi contemporaneamente, colonne di marmo, vetrate e statue classicheggianti.
Altro bagno termale storico di Budapest è il Rudas, struttura tanto anonima all’esterno (I, piazza Döbrentei 9) quanto splendida all’interno. Il bagno è stato di recente completamente ristrutturato, con nuovi spogliatoi in legno (come negli altri bagni) e sale massaggi. Sorge esattamente di fronte al Danubio e sotto il monte Gellért, da dove giungono le acque termali. Il Rudas ha un elevatissimo valore, oltre che per le sue due piscine (una “turca”, ottagonale, e una piscina rettangolare più tradizionale), per gli edifici risalenti all’epoca turca. La piscina ottagonale, la più preziosa tra le due, si trova sotto una cupola del diametro di 10 metri, retta da otto colonne. Gli sbuffi di vapore visibili all’esterno chiariscono circa la temperatura interna elevata, che in acqua arriva e supera i 42 gradi centigradi, con un effetto piacevolissimo.

La città delle feste e del Cinetrip
Budapest è definita “la città delle feste”. Nel fine settimana i giovani locali usano ritrovarsi ovunque per socializzare e bere birra. Nel corso degli anni si sono moltiplicati gli spazi “alternativi” in cui sentire musica techno (che nell’Est europeo va per la maggiore, come ben sa ad esempio chi viaggia nei Balcani), fumare copiosamente e bere malti. Dall’esterno questi luoghi, se non li si conosce, sono del tutto invisibili, anche perché perfettamente insonorizzati. Scovarli con i giovani del posto è una sorpresa e persino un piacere. Spesso si tratta di vecchie case semi-diroccate, messe in sicurezza ma lasciate in stato di semi-abbandono. Vi sono interi appartamenti, anche su più piani, adibiti a techno-bar, ma anche cortili esterni coperti e insonorizzati, sottotetti di supermercati, officine meccaniche dismesse con dj che mettono i dischi all’interno di carcasse di vecchie automobili e così via. Probabilmente in Italia sarebbe impossibile avere l’autorizzazione per allestire simili luoghi d’intrattenimento, ma visitarli a Budapest può essere interessante e aprire uno spaccato di comprensione inedito nei confronti delle nuove generazioni e del loro bisogno di socialità.
Partendo da questo bisogno di socialità e dalla ricchezza termale di Budapest, un giorno un uomo dall’immensa creatività, il Vj Laki Laszlo, ha pensato di unire l’amore per le feste con quello per i bagni. Così nasce il Cinetrip, evento che si svolge una decina di volte l’anno e che unisce arte visiva, luci, bagni e musica techno. Un cocktail incredibile che ha proprio nei bagni Rudas il suo teatro ideale e perfetto. Per l’occasione si esibiscono artisti di diversa estrazione e formazione, dalle ballerine di danza del ventre alle danzatrici acquatiche e acrobatiche fino ai giocolieri che disegnano nel buio disegni col fuoco. L’effetto è dirompente e trascorrere una nottata così (dalle 21,00 del sabato fin verso le 4,00 del mattino della domenica), ballando nell’acqua calda e facendosi trascinare dalle immagini e dai giochi di luce dei Vj (laddove la “V” sta per “Visual”) del Cinetrip è un’esperienza che almeno una volta nella vita merita di essere fatta.
Accompagnato dalla bravissima Anna Sessler, sotto l’ala protettrice della dj Sanyi, ho potuto ammirare l’ottimo spettacolo del Cinetrip. Nato come unione di musica elettronica con vecchie pellicole prive di audio in bianco e nero, girate negli Anni Trenta, oggi il Cinetrip – realizzato affittando il Rudas e dando lavoro a circa 140 persone, con la benedizione dell’amministrazione comunale di Budapest – è un circo di colori e di creatività che sta cominciando ad affermarsi anche all’estero, in particolare in Francia.
Laki è un vero genio visionario, capace di trascinare lo spettatore in un mondo di universi paralleli, nello spazio profondo di un infinito imponderabile così come nel cielo di un secolo fa, a bordo di potenti e agili astronavi di luce o di biplani sforacchiati da Baroni Rossi virtuali.
I giochi di laser del Cinetrip non sono fredde ali metalliche di uccelli cibernetici senz’anima ma farfalle multicrome nate dalla calda sorgente della genialità che carezzano con ali morbide, sono scale calde che aprono vie certe verso altezze insospettabili, e ancora sogni siderali carichi di speranza e ottimismo. Cinetrip costa 5.000 fiorini in prevendita (circa 18 euro) e 6.000 se il biglietto viene acquistato sul posto la sera dello spettacolo (l’Italia è l’unico Paese in cui la prevendita viene fatta pagare a un prezzo maggiorato, invece che dare diritto a uno sconto…!), può accogliere 800-1.000 persone a serata e, soprattutto, può essere la conclusione felice di un viaggio a Budapest o la ragione stessa di un volo verso una capitale vera e ospitale, un luogo felice per il viaggiatore in cui recuperare per qualche giorno quella dimensione umana che l’urbanità italiana selvaggia e priva di alberi e rispetto sta ormai cancellando, infischiandosene della nostra infanzia e del nostro futuro. Budapest è un modello cui puntare e un luogo in cui, assolutamente, andare. Almeno per provare una dimensione diversa, una volta nella vita.

venerdì 13 febbraio 2009

Dalla parte di chi fugge da guerre e persecuzioni


Bruxelles, 18 febbraio 2009: Annet Henneman e l’Hidden Theatre portano nel Parlamento europeo la tragedia dei richiedenti asilo

(foto di Silvia Bertoni)

Il Teatro di Nascosto (o Hidden Theatre) di Volterra e l’europarlamentare Giusto Catania saranno impegnati, il prossimo mercoledì 18 febbraio, a Bruxelles, presso il Parlamento europeo, in una audizione parlamentare teatralizzata dal titolo “Vattene a casa! Lo farei, se potessi…”.

Si tratta di una nuova, coraggiosa iniziativa promossa da Annet Henneman, anima e cuore dell’Hidden Theatre, che da anni ha dedicato, con Gianni Calastri e gli altri bravissimi attori della compagnia, la sua vita e la sua professionalità alle enormi problematiche legate ai diritti dei richiedenti asilo. L’iniziativa si tiene nella Sala 1G3 dell’Europarlamento, dalle 18,00 alle 20,00.

È, questo, un nuovo coraggioso passo di Annet, volto a chiedere l’applicazione dei principi sanciti dalla Charta di Volterra, presentata al mondo il 5 novembre 2007 con un’azione clamorosa: tutti gli attori del Teatro di Nascosto, simbolicamente ammassati su una piccola barca, sono sbarcati a Marina di Bibbona, di fronte a Piazza del Forte e, con una performance di teatro-reportage, hanno per l’ennesima volta dato voce a chi, come gli immigrati clandestini, non ne ha.

Da allora Annet e il Teatro di Nascosto non si sono mai fermati, arrivando, nel 2008, a proporre un’azione di teatro reportage direttamente sul selciato di Montecitorio, a Roma. Alla politica italiana, però, azioni di civiltà come quelle del Teatro di Nascosto non interessano. Politici e politicanti sono troppo presi dalle beghe di salotto e dagli interessi più o meno personali per poter compiere una vera riflessione sulla tragedia dei richiedenti asilo, persone in fuga da guerre e persecuzioni che, giunte in Italia, subiscono spesso angherie inaccettabili, in violazione degli accordi internazionali e dei più elementari principi etici. Nel più assoluto silenzio e disinteresse dei media. Se non fosse per pochi coraggiosi che ancora riescono a denunciare questi soprusi.

Nonostante tutto, però, l’Hidden Theatre e Annet non mollano, e il 18 febbraio rappresenteranno una nuova occasione per provare a dare voce e volto a chi, purtroppo, non ne ha. Con Annet abbiamo parlato di questo e di molto altro nell’intervista che segue.

Annet Henneman, tu che sei il cuore dell’Hidden Theater di Volterra e ormai sei nota e apprezzata in tutta Europa per il tuo teatro impegnato a favore degli ultimi, e in particolare dei richiedenti asilo e dei loro diritti negati, puoi spiegare la ragione di questa nuova iniziativa e quali scopi intenda raggiungere?

Questa nuova azione è un seguito naturale di tutto il percorso che fin qui abbiamo fatto. È importante portare la Charta anche al Parlamento europeo, come un documento simbolico, per chiedere come cittadini ai nostri rappresentanti di continuare a lavorare per una migliore politica europea a favore dei rifugiati. Anche per questo ho pensato di fare questa nuova azione prima delle elezioni europee. L’idea è di consegnare ufficialmente la Charta nell’ambito dell’hearing del 18 febbraio, il cui titolo è Go home, I would if I could… (Vai a casa. Andrei se potessi…), una frase che rappresenta le tante reazioni di “noi Europei”, che vorremo, specie in questo momento di crisi economica, rispedire via il maggior numero possibile di coloro che arrivano a cercare qui un futuro, senza porci la domanda di dove saranno rispediti e che cosa li aspetterà… Nello stesso hearing interverranno europarlamentari che illustreranno la situazione europea, con qualche riferimento a quella italiana. Per me è importante che arrivino al pubblico dei presenti voci e storie vere di rifugiati. Così, durante l’hearing ci saranno azioni e racconti teatrali con cui daremo un volto alle storie e un’esperienza alle cifre e alle leggi.

In quanti sarete?
Una quarantina tra attori e studenti di teatro. Con il Teatro di Nascosto sono coinvolti un’accademia teatrale e l’associazione degli artisti africani del Belgio. L’hearing è solo un inizio perché vogliamo già fissare un appuntamento per il dopo elezioni europee, in modo da garantire continuità al nostro lavoro sul tema dei rifugiati.

Intanto il governo italiano si accinge ad adottare misure sempre più severe ai danni degli immigrati, richiedenti asilo inclusi e, oltre a finanziare i centri lager in Libia, impone addirittura nuove tasse su chi, immigrato o richiedente asilo in Italia, si trova a pieno diritto nel nostro Paese…
È una situazione non solo italiana ma purtroppo attuale in diversi Paesi europei. Sono olandese e negli ultimi anni ho visto il mio Paese cambiare e diventare, da Paese ospitale che accoglieva anche 90.000 rifugiati l’anno, un posto che dà oggi protezione a non più di 9.000 persone. Vedo che sono adottate a volte misure che vanno verso il razzismo. In Italia fanno passare il popolo Rom e i rumeni come la feccia del mondo, in Olanda tocca ai marocchini… Ora in Italia è la volta dei decreti che chiedono ai medici di denunciare i clandestini che si presentano in ospedale per essere curati… Credo che stiamo andando in una direzione sempre meno tollerante… Una situazione semplicemente vergognosa.

Accennavamo in precedenza alla Charta di Volterra. Puoi raccontarci come nasce e quali scopi si prefigge?
La Charta nasce nel novembre 2007. Il documento è stato scritto da parlamentari venuti da diversi Paesi europei, che hanno stilato questo documento inserendovi direttive volte ad adottare una politica di accoglienza e protezione a livello europeo a favore dei rifugiati. Non siamo stati dunque noi, come Teatro di Nascosto, a scrivere la Charta ma dei politici. L’Hidden Theatre ha tante cose da raccontare sui rifugiati dopo anni di lavoro, ma noi non facciamo politica, bensì teatro reportage. Anche durante l’incontro con i parlamentari a Volterra abbiamo posto in essere azioni per rappresentare i rifugiati e le loro storie. Questo sentiamo come nostro compito.

Qual è il cuore della Charta?
La Charta contiene una seria di direttive per il rispetto dei diritti umani di persone che, non avendo per la più grande parte documenti all’arrivo in uno dei Paesi europei, sembrano non avere nessun diritto. D’altronde, per loro non esiste ancora in Italia una legge organica.

Perché una grande attrice come te un giorno scopre che il teatro può aiutare gli ultimi e decide di dedicare la sua intera vita al teatro reportage e all’impegno, assumendo sulla sua persona rischi anche gravi?
Non è stato una scelta fatta da un giorno a l’altro. Quando, abbastanza ignorante di quello che succedeva nel mondo, anni fa ho iniziato a viaggiare, a vivere sulla pelle, per poco, l’oppressione, le bombe, le conseguenze delle guerre, il dolore e l’odio; quando ho iniziato ad amare e volere bene alle persone che vivono sotto le bombe; quando ho vissuto la solitudine di una città che vive completamente isolata dal mondo una guerra quasi ignorata; quando ho visto negli occhi di tanti rifugiati che hanno vissuto con noi il dolore, l’odio, l’angoscia, e accanto a questo la voglia di continuare a vivere, non ho più potuto andare avanti facendo finta di non sapere. Sapevo, e ho sentito che dovevo raccontare, cercare di fare qualcosa. I rischi ci sono, quando si viaggia in una città dove se non ti proteggi ti potrebbero prendere in ostaggio, o dove potrà esplodere una bomba… Ma credo che se voglio raccontare davvero la vita di chi non ha voce, allora devo, anche per poco, vivere sulla pelle quello che tocca a loro, se si tratta di guerre. Ma anche, ad esempio, la condizione di donne che vivono in tribù.

Con parole semplici, Annet, ci spieghi perché i governi europei stanno sbagliando in materia di immigrazione e quale ricchezza gli immigrati, quelli onesti, rappresentano per un Paese vecchio e chiuso come l’Italia e per l’Europa tutta?
Non sono davvero un politico, anche se per il mio percorso professionale m’incontro con quel mondo. Credo che abbiamo raggiunto un tale benessere, pur essendo in crisi, che abbiamo paura di perderlo. So che qua adesso ci sono tante persone in difficoltà economica reale, inclusa me stessa, ma ho anche visto la differenza tra la nostra povertà e quella, per esempio, di Calcutta. Credo che tanto sia legato alla sicurezza, e anche alla proiezione dei nostri problemi sul “diverso”, che è più facile da attaccare, perché più debole, incapace di difendersi. Ma onestamente non ho risposte semplici e, ripeto, non sono una politica. Vedo che tanto è legato all’economia, adesso. Dopo anni di presenza pacifica in Gran Bretagna di portoghesi e italiani, che lavorano in Inghilterra a un costo più basso degli inglesi, ora con la crisi gli operai britannici dicono che gli stranieri rubano il loro lavoro. Credo che la convivenza di culture sia una ricchezza; che chi viene dalla povertà può insegnare a conviverci; che chi viene dalla guerra può aiutarci a dare un altro senso alla vita; che una religione diversa possa insegnare valori diversi. Ma so anche che le diversità possono creare conflitti e incomprensioni. Nel nostro lavoro ho imparato che una delle cose più importanti per poter convivere con persone che vengono da Paesi come Afghanistan, Rwanda, Kurdistan, Iran, Darfur, e da altri “mondi”, è raccontare, spiegare, condividere, e credo che questo potrebbe essere uno dei problemi del mondo occidentale: stiamo diventando sempre più individualisti, concentrati su noi stessi. L’incomprensione sta crescendo anche all’interno della nostra società. È un’incomprensione per il diverso: il senza tetto, il diversamente abile, l’anziano…

Come potrà il teatro salvarci in un Paese in cui al teatro non va più nessuno, o magari ci si va per istupidircisi al Bagaglino?
Non credo che il teatro possa salvarci. A volte divento molto pessimista. Però può, se il pubblico vuole, creare più coscienza e l’immedesimazione nelle vita di persone, come nel caso del Teatro di Nascosto, che vivono culture e situazioni molto lontane da noi, e con questo facilitare una comprensione diversa. E credo che il nostro teatro non possa aspettare che sia il pubblico a venire a cercarci; dobbiamo essere noi ad andare dal pubblico, fare le nostre azioni di teatro reportage dove vogliamo arrivare, da Piazza Montecitorio al Parlamento europeo, a scuole, piazze chiese, teatri…. Se poi, dopo uno spettacolo, alcuni studenti e a volte anche insegnanti raccontano di aver cambiato idea sugli extracomunitari, allora mi sembra di avera fatto qualcosa… Ma se uno si sofferma a guardare gli atteggiamenti e le chiusure del grosso dei governi e delle persone, allora a volte è inevitabile perdere la speranza… A volte quando viaggio – come per caso è accaduto alcuni giorni fa quando, in uno scompartimento di treno con due polacche e tre italiani, due dei quali, i più giovani, avevano un atteggiamento così sprezzante sia verso quelle donne sia verso di me (credendomi polacca) – sento quanto deve essere difficile, tante volte triste, la vita per chi, straniero, lavora in Italia, onestamente, ma non è rispettato per quello che è, ovvero, semplicemente, una persona onesta.

martedì 10 febbraio 2009

Lettera aperta agli uomini



Questa è un’intervista per “persone meravigliose, uomini e donne animati da piccoli e grandi ideali, accomunati dalla stessa passione per la giustizia e l’uguaglianza e dallo stesso desiderio di pace tra gli uomini e i popoli tutti”. Insomma, è un’intervista dedicata alla maggioranza dei cittadini di questo mondo, inclusa lei, Elisabetta Galli, l’autrice di una significativa, graffiante, a tratti velenosa ma mai polemica, sagace e persino sarcastica “<Lettera aperta agli uomini”. Un libro spiazzante e ricco di umanità edito da Infinito edizioni nel gennaio 2009, con un’ottima prefazione del giornalista Raffaele Masto. “Il libro di Elisabetta non si legge senza provare sentimenti ed emozioni vivi – scrive Masto nel suo intervento – Siamo nudi davanti ai nostri figli. Loro non hanno il coraggio o la lucidità di mostrare che ci vedono in tutta la nostra pochezza. E noi, pur sapendo che ci vedono in quel modo, ci comportiamo come se non ci vedessero. È una sorta di tacito devastante accordo. Ammettere le nostre colpe ci permetterebbe un abbraccio liberatorio”. Vediamo, allora, i confini di questa “pochezza”, che a volte pare di poter toccare con mano quando straborda dalla mediocrità televisiva o dalle parole scontate dei politicanti italici. E vediamo con questa insegnante milanese, ottima autrice, quali e quante sono queste “colpe” di cui parla Masto, partendo dal un presupposto fondamentale, che Elisabetta rammenta a se stessa e agli altri sgranandolo sillaba a sillaba, dolcemente ma decisamente: “Non si può essere felici se non si rendono felici anche gli altri”.

Elisabetta, la prima domanda è quanto di più scontato ma, da uomo, non posso non portela: che cosa scrivi a noi maschietti nella tua lettera?
Altrettanto scontata è la mia risposta: scrivo una lettera, intima e accorata, ma aperta ad ogni confronto e discussione con voi maschi, specialmente con quelli della mia generazione, con cui non ho avuto un rapporto né buono né facile. Diciamo che si tratta di una specie di urlo, lo sfogo di un’anima, una messa in discussione di tutti quei principi su cui, ipocritamente, molti uomini hanno detto di voler fondare una relazione, la comunicazione con l’universo femminile, ma finiscono invece molto spesso per affossarla. E non in malafede, mi preme sottolinearlo, ma proprio perché non riescono a capire. Si fermano prima, non ce la fanno.

Altra domanda scontata, ma inevitabile: perché ce l’hai così tanto con noi?
Hai ragione. Nel mio libro sono molto arrabbiata, indignata ma, se ci fai ben caso, lo sono coi miei coetanei, quelli nati tra gli anni ‘50 e i ‘60, quelli con cui “fummo giovani insieme”. Con i padri mi sono ormai riconciliata da tempo e verso i giovani nutro una sorta di tenerezza; sono figli nostri e se sono come sono è anche colpa nostra. Così questa mia indignazione, questa delusione amara, la riservo ai cinquanta-sessantenni d’oggi, quelli che più di tutti hanno tradito, tradito prima di tutto se stessi, le proprie compagne, il futuro, le cause giuste per cui lottare, la concezione della politica come strumento per cambiare il mondo e renderlo migliore, e ora si beano nelle loro piccole ambizioni, coccolano le loro manie, vivono nell’indifferenza e se il mondo va a rotoli se ne preoccupano solo nella misura in cui ci rimettono qualcosa. Il danaro, tanto per fare un esempio.

Mi pare di capire, in definitiva, che solo le nuove generazioni ci possono salvare. Però, onestamente, frequentando treni, autobus e scuole, sembra che non ci sia troppo da essere ottimisti. I giovani d’oggi sembrano non di rado cinici quanto i loro genitori, distaccati, arroganti e aggressivi. E, per di più – col clima politico imperante – assai distaccati rispetto alle problematiche politiche e civili, a differenza di chi, 20, 30 o 40 anni era al loro posto (e oggi magari è un borghese in crisi d’identità o un impiegato pubblico che si è arreso al senso di impotenza). È così o…
Secondo me non è così, o meglio, non è solo così. Sarà che, essendo una madre di 4 figli e un’insegnante, tendo ad assolvere i giovani perché li amo di più, ma anche perché quelli che sono prepotenti e arroganti e, aggiungerei, ignoranti, lo sono soprattutto perché sono i loro padri ad aver fallito. Che esempio hanno saputo offrire? Che obiettivi? Che significato hanno dato agli eventi, alla vita, alla scuola? E la televisione? Le trasmissioni insulse, quelle idiote, i grandi fratelli, le isole dei famosi, le veline sculettanti e cuor contento, chi le ha inventate? E la scuola? Chi l’ha ridotta così, solo forma e apparenza impeccabili e sostanza appena sufficiente? E la mancanza di curiosità intellettuale, di apertura mentale, di spirito altruista e solidale?
Ecco, penso che in gran parte questo dipenda proprio dagli uomini della mia generazione; sono loro che ora detengono il potere e che con questo potere hanno rovinato tutto e plasmato le nuove generazioni perché non diano fastidio e obbediscano agli ordini del Sistema che li vuole omologati. Tuttavia esiste una larga fetta di giovani che non rientra in questo quadro deprimente. È vero che pochi s’interessano di politica in senso tradizionale, per sfiducia e diffidenza, però fanno altro. Sto pensando all’associazionismo spontaneo, al volontariato, ai comportamenti aperti a una società multiculturale, a una forma mentis senza né confini né frontiere, che imparano le lingue per parlare con tutti i giovani del mondo, per viaggiare in maniera solidale e responsabile, per fare un anno di servizio civile internazionale per poi decidere magari di restare e condividere la vita di uomini e donne meno fortunati di loro o forse solo più poveri. Penso in particolare a quei giovani che si sentono cittadini del mondo e si sentono a casa dappertutto e tra i propri simili ovunque. Penso ai miei figli e ai loro amici, penso ai tanti ragazzi italiani che ho incontrato per le strade del mondo, che ho visto giocare a calcio con coetanei stranieri e ridere o piangere insieme, o convolare felici a nozze anche quando lo sposo o la sposa non parlavano un italiano perfetto, penso ai cortei per la pace e contro ogni razzismo. Ci sono giovani e giovanissimi, a migliaia.
Non voglio pensare ora alle orde del sabato sera, a chi sballa di più, a chi si ubriaca di più o a chi si sente qualcuno solo se veste firmato.
Tra i giovani mi sforzo di trovare il meglio.

La società italiana è sempre stata e continua a essere maschilista, a tratti persino machista. Ultimamente gli stupri sono diventati una consuetudine inquietante e allarmante, e solo di rado i colpevoli vengono identificati, salvo poi essere condannati a pene irrisorie. Se ne esce e come?
Io credo che la violenza contro le donne ci sia sempre stata perché l’uomo-bestia esiste, non si può negare. Semplicemente, oggi c’è più il coraggio della denuncia perché le donne sanno meglio che cosa sia violenza e perché vada sempre combattuta. Prima subivano in silenzio e chi denunciava si sentiva vittima due volte, come se l’onta della violenza subita avesse sporcato anche la donna. Oggi la donna sa quali siano i propri diritti e quali gli obblighi della società nei suoi confronti.
Anche i mezzi d’informazione ora sono più solleciti e attenti, sebbene prediligano informare sui casi di violenza ad opera di stranieri, meglio se clandestini; in questo modo non si fa che trovare il capro espiatorio delle nostre paure e insicurezze. La violenza va sempre condannata e punita, senza riduzioni di pena, in nessun caso. I violenti a piede libero sono troppi e tra questi ci metterei anche i clienti delle prostitute, magari padri di famiglia, che sfogano le loro frustrazioni su donne che ben pochi difenderebbero perché, se sono sul marciapiede, allora “se le vanno a cercare”. È vergognoso.

In tutto questo, però, una cosa sembra certa, ovvero che, ad esempio in guerra, chi subisce di più sono i civili, e tra di loro sempre e comunque di più bambini e donne. Penso in particolare allo stupro utilizzato come arma in guerra. È un problema culturale, una scelta deliberata o cosa?
Penso si tratti di una scelta deliberata e “scientifica”, come lo fu per il nazismo la “soluzione finale”. Togliere al proprio nemico ogni dignità, ridurlo a un pezzo di carne su cui sfogare i propri istinti peggiori, è ledere dalle fondamenta l’individuo, il popolo a cui quell’individuo appartiene e tutta la cultura e l’umanità di cui è portatore. Lo stupro è disprezzo diabolico, è annientamento dell’umanità. La soldataglia serba, per citare un esempio recente, quando si accaniva sul corpo martoriato delle donne musulmane di Bosnia, voleva colpire il seme stesso di quella cultura, perché è la donna che genera vita e che costituisce il punto d’origine di una stirpe; annientare quella donna è tagliare alla radice la possibilità di venire alla luce, è pulizia etnica, è rigurgito di un passato di tenebre, prima del primo respiro di una “razza” che non avrebbe mai dovuto venire ad abitare il mondo.

Le responsabilità sono tutte degli uomini o esistono anche delle responsabilità delle donne? In definitiva, non si potrebbe obiettare che, per una semplice legge fisica, “il più forte” (o, semplicemente, il più prepotente) occupa gli spazi lasciati vuoti dal “meno forte” (o, più semplicemente, dal più sensibile)?
Le donne sono diverse dagli uomini, è evidente. Non ci sono solo uomini forti e prepotenti, come non ci sono solo donne buone e sensibili; la differenza riguarda le priorità che ognuno di noi possiede. Gli uomini, complessivamente, antepongono ad ogni altra cosa il successo sociale, economico o politico, il successo che viene loro riconosciuto dall’esterno, dagli altri. Le donne al contrario, sempre generalizzando, vogliono prima di tutto sentirsi bene con gli altri, in famiglia, con il proprio compagno, con i figli, con i colleghi di lavoro. Preferiscono i rapporti profondi, la comprensione reciproca, l’intima soddisfazione. Se nella vita di una donna questi aspetti sono carenti, nessun successo potrà compensarli né sostituirli. Le donne lo sanno e tra loro se lo dicono, lo raccontano. Gli uomini no, non lo ammetterebbero mai, neppure con gli amici più intimi. E così continuano a tradire se stessi perché si sforzano di dimenticare che l’essere umano, costituzionalmente, vuole essere felice. E, come scrivo nel mio libro, non si può essere felici se non si rendono felici anche gli altri.

Poi c’è l’altro lato della medaglia. Penso a donne come l’ex Segretario di Stato Usa, Condoleeza Rice, alla stessa Hillary Clinton o alle poche donne del nostro striminzito orticello politico italiano. Santo cielo, sembra quasi che, per farsi spazio, le donne debbano o vogliano diventare peggio degli uomini. E che non se ne vergognino neppure! Ma allora è davvero una distinzione tra uomini e donne o in realtà il mondo è sempre più diviso tra forti e deboli o, ancora peggio, tra carnefici e vittime?
Qui apriamo un altro discorso, ancora più importante. Riguarda il mondo intero e non più solo il rapporto uomo/donna nella civiltà occidentale, opulenta e consumistica. Qui occorre parlare del destino del mondo, così come tutti noi, uomini e donne, abbiamo contribuito a forgiarlo. E questo non è il migliore dei mondi possibili.
Sempre più grave, profonda e sanguinante è la frattura che separa i ricchi dai poveri, i paesi del nord del mondo da tutti i sud, i potenti del pianeta dalle vittime della globalizzazione, siano essi interi popoli africani, culture millenarie in via d’estinzione o civiltà antiche piegate alla volontà di potenza degli Stati più forti e più armati. Questa è la ferita più grave a cui dobbiamo porre rimedio al più presto; altrimenti il domani sarà per tutti un immenso buco nero perché le vittime d’ogni storia scritta dai forti un giorno o l’altro non ne potranno più e si ribelleranno e non saranno più disposti a subire. E ne avranno tutte le ragioni. Se ne avvertono già i primi segnali. Per questo i giovani di cui parlavo prima mi piacciono: perché hanno già incominciato a invertire la rotta.
Quanto alle donne che vogliono diventare peggio degli uomini, non vedo l’utilità di parlarne. La distinzione di genere si cancella da sé.

In definitiva, hai una ricetta per riequilibrare i rapporti tra i sessi o non ci sono proprio speranze?
Nonostante tutto nutro ancora delle speranze. Perché esistono persone meravigliose, uomini e donne animati da piccoli e grandi ideali, accomunati dalla stessa passione per la giustizia e l’uguaglianza e dallo stesso desiderio di pace tra gli uomini e i popoli tutti.
Persone per le quali ognuno può e deve camminare libero per il mondo, senza frontiere a dividere, né steccati ideologici, né barriere religiose o politiche. La mia ricetta sono loro, una volta ancora quei giovani di cui ho parlato e a cui ho dedicato le ultime pagine del mio libro. Se saranno più coerenti e più coraggiosi dei loro padri, se saranno più giusti nei gesti e nelle parole, se avranno una memoria storica più robusta, una conoscenza più vasta, una capacità d’amore smisurata, allora un giorno il mondo, il loro mondo, diventerà migliore. Per tutti o per nessuno.