Višegrad. L'odio, la morte, l'oblio

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mercoledì 10 settembre 2008

Intervista a Elisa Mussaeva sulla Cecenia e sul Caucaso


Foto di Felice Rogialli - Associazione Rondine Cittadella della Pace

L'articolo è stato recentemente pubblicato in questa versione dal quotidiano "Liberazione". L'intervista completa a Eliza Mussaeva sarà pubblicata sul libro di prossima uscita (ottobre 2008) dal titolo Uomini e belve. Storie dai Sud del mondo (Infinito edizioni, pagg. 176, € 13,00).

“Certe volte, le persone pagano con la vita il fatto di dire ad alta voce ciò che pensano”. Questa convinzione era pervicacemente radicata nella giornalista moscovita Anna Stepanovna Politkovskaja, una delle vittime più illustri sacrificate, il 7 ottobre 2006, sull’altare della “guerra domestica” in Cecenia della Russia di Vladimir Putin. Eliza Mussaeva fa parte di questa stessa categoria di persone, suo malgrado. Anche se, per fortuna, finora ha sempre pagato “solo” con lo sradicamento dalla sua terra, la Cecenia, con la perdita del posto di lavoro e con le umiliazioni il suo essere una donna libera figlia di una terra che conosce solo guerra, tirannia e abominio.
Eliza ha uno sguardo malinconico, infelice, anche quando sorride. Ha un mento forte, bei tratti della sua terra e occhi marroni penetranti ma assorti, sprofondati in incubi e pensieri che sanno di disperazione e morte. La signora Mussaeva gira – ora con la Federazione internazionale di Helsinki per i diritti umani, ora con Amnesty International, ora con altri sostenitori – l’Europa con la sua borsa piena di denunce, sangue e fantasmi, nella speranza che qualche governo le dia retta e che i grandi media internazionali tornino a parlare di Cecenia e di Caucaso, luoghi in cui prima Boris Eltsin poi Vladimir Putin hanno combattuto, tra il 1994 e il 2003, due guerre mostruose, terminate formalmente (ma in realtà mai concluse) con non meno di 100.000 morti, centinaia di migliaia di sfollati e un conflitto repentinamente trasferitosi dalla sola Cecenia all’intera regione caucasica. “In effetti – spiega la nostra interlocutrice facendosi cupa – la situazione in Cecenia in questi anni si è evoluta. La stessa Russia è mutata, così come lo sono le relazioni russo-cecene. Non possiamo pensare di mettere a confronto le guerre combattute in Cecenia. Per la sua natura intrinseca, la guerra non è mai umana. Ma, detto questo, la prima guerra cecena cominciata da Eltsin era senz’altro più ‘umana’ di quella condotta da Putin. Nella prima guerra cecena il concetto di ‘civili pacifici’ almeno era preso in considerazione; nella seconda, di questo principio è stata fatta carta straccia. Il secondo conflitto è stato di per sé più crudele, cinico e privo sia di principi sia di scrupoli”.
Viene da chiedersi il perché di tutto questo. La risposta è complicata perché almeno quattro fattori, oltre al petrolio su cui il Paese praticamente galleggia, hanno provocato lo scoppio del conflitto: l’affermarsi prima in territorio ceceno, poi nelle vicine Ingushetia, Dagestan e Ossezia, di potenti e ben armate (e appoggiate dall’estero) bande armate; la crescente influenza del fondamentalismo islamico nella regione; l'importanza strategica del Caucaso intero e dalla Cecenia in particolare per la Russia; il rilievo sia economico sia strutturale della regione non solo per il pompaggio ma anche per il passaggio dei grandi oleodotti e gasdotti che devono raggiungere l’Europa occidentale e far entrare denari sonanti nelle casse del Cremlino che gioca al riarmo, delle aziende russe e dei loro amici oligarchi. Un bel mucchio di ragioni, insomma. Valide ancora oggi, che “in Cecenia non è più in corso una guerra nel senso tradizionale del termine” precisa la Mussaeva allargando le braccia. “Il conflitto è stato represso, è vero. Ma il punto è che ormai i combattenti separatisti ceceni non rischiano più tanto solo le loro vite, ma anche e soprattutto quelle dei loro famigliari. In effetti, il modo ‘più efficace’ per combattere, dal 2004 a oggi, contro i separatisti ceceni è stato quello di prendere in ostaggio i loro cari”. E i corpi speciali ceceni, i cosiddetti “sgozzatori” inviati anche nella recente crisi georgiana a fare “il lavoro sporco”, sono bravissimi quando si tratta di prendersela con gli innocenti e farli a pezzi.
“La Russia sostiene di trovarsi coinvolta in combattimenti contro il terrorismo internazionale – continua Eliza dopo aver bevuto un sorso d’acqua – Tutta la lunga striscia di violenza di cui abbiamo parlato poco fa è giustificata da questo slogan: la lotta contro il terrorismo internazionale. In nome di questa lotta, inquirenti e tribunali coprono ogni violenza perpetrata, dai rapimenti alle torture fino agli omicidi. E così la lotta contro il terrorismo finisce per produrre a sua volta terrorismo. Negli ultimi anni, quelle di cui parlo sono diventate pratiche ben note, anche in seguito alla comparsa di prigioni illegali usate sia dal Servizio di Intelligence federale russo (Fsb) sia da altri centri di potere. Le organizzazioni non governative attive nella regione hanno raccolto moltissime informazioni sulle prigioni illegali del nord del Caucaso e le hanno messe a disposizione delle grandi organizzazioni internazionali: le persone vengono detenute in cantine o in buchi scavati nel terreno. Sebbene, tuttavia, le prigioni e i metodi di detenzione statunitensi a Guantanamo abbiano giustamente sollevato proteste, nessuno ricorda mai che situazioni simili o addirittura peggiori sono vissute dai detenuti nelle carceri illegali russe. È curioso che le persone siano così…selettive”.
Oggi che dalla capitale cecena Grozny le rovine sono state in parte portate via e sta cominciando uno sforzo di ricostruzione, la popolazione civile continua però a pagare un pesante tributo alla guerra combattuta, alla guerriglia in corso e alla violenza dei corpi d’armata russi. “Almeno 5.000 persone risultano scomparse senza aver lasciato traccia. Si tratta di persone rapite non da banditi che volevano chiedere un riscatto ma da rappresentanti del governo russo. Nessuno si sta preoccupando di cercarli. Nessuno ha o sta spiegando alle madri che fine abbiano fatto i loro figli né, naturalmente, i responsabili di queste scomparse sono stati individuati e puniti. Decine di migliaia di persone hanno subìto torture. Oggi stanno cominciando a uscire fuori sia le vittime sia i testimoni. Ma tutti non vogliono altro che dimenticare, rimuovere, spegnere i loro cervelli. In decine di migliaia sono costretti intanto a rientrare in Cecenia dalla vicina Ingushetia. Innanzitutto perché l’Ingushetia non è ormai più un luogo sicuro. E inoltre in quanto questi profughi sono stati semplicemente forzati a rientrare dall’azione congiunta compiuta a tal proposito dalle autorità inguscete, cecene e russe”.
Un altro mistero, oltre a quello degli scomparsi, è rappresentato dal presunto uso da parte dell’esercito russo di sostanze vietate nel corso dei due conflitti, e in particolare del secondo. “È difficile dare una risposta secca a questa domanda – spiega l’attivista con aria sconsolata – Questo perché non esistono prove certe in proposito. Ci sono testimonianze che descrivono tipici sintomi legati all’uso di armi chimiche o batteriologiche, ma non è mai stato possibile avere una prova documentale certa di eventuali attacchi con questi armamenti, tali da confermare le testimonianze. Posso fornire due esempi tratti da testimonianze disponibili. Il primo riguarda l’insediamento di Stariye Atagi dove, nell’agosto del 2000, sono state abbandonate molte magliette per uomo. Chiunque le abbia indossate, o anche semplicemente toccate, ha sofferto di strane malattie, all’apparenza paralisi del sistema respiratorio. Sono morte molte persone e, tra loro, anche una donna. Il secondo esempio viene dal grande avvelenamento di donne verificatosi nel distretto ceceno di Shelkovsky. Anche Anna Politkovskaya ne scrisse. Nell’inverno del 2005, circa 80 giovani donne sono state colpite da una strana forma di avvelenamento. I loro sintomi erano di asfissia, perdita di conoscenza e isteria. Fonti ufficiali dissero che le ragazze erano state colpite da ‘un disturbo psicologico di massa correlato alla guerra’: un’espressione molto appropriata, non c’è che dire. Purtroppo non conosciamo le vere cause di questa ‘strana malattia’, ma molto probabilmente si è trattato di avvelenamento chimico. In più, continuiamo ad avere il dubbio che le autorità siano più interessate a occultare questi casi che non a ’investigarli. Nell’estate del 2007 molti studenti sono stati ricoverai in ospedale nella vicina Ingushetia con sintomi simili. Nessuno ne conosce, ovviamente, le vere cause…”
Rimane da capire se i cattivi siano solo i russi… Eliza alza le mani, come a testimoniare che ben ardua è la sentenza, soprattutto per chi è così emotivamente coinvolto. “Quel che mi sento di dire è che nel 1994 il conflitto esplose come guerra per l’indipendenza della Cecenia. Ora il movimento si è trasformato. Oggi sono ancora attivi e armati gruppi clandestini nelle repubbliche nord caucasiche confinanti con la Cecenia. Ma al loro interno vi sono ormai molti islamici radicali. Gli attacchi terroristici contro obiettivi anche civili sono stati compiuti durante il periodo di comando di Shamil Basayev”, ovvero il barbuto responsabile del massacro della scuola “Numero Uno” di Beslan, dove il 3 settembre 2004 persero la vita 326 degli oltre 1.300 ostaggi di un commando di 32 guerriglieri ceceni. Basayev, una belva priva di scrupoli, è stato assassinato il 10 luglio 2006 dalle forze di sicurezza russe nel villaggio di Ekazhevo con altri cinque separatisti ceceni. “Possiamo solo ipotizzare legami tra Basayev e gli appartenenti all’opposizione separatista – prosegue la Mussaeva – ma non va dimenticato che Aslan Maskhadov (ex ufficiale dell’Armata rossa diventato nel 1992 capo di Stato maggiore ceceno e ispiratore del separatismo di Grozny, eletto nel 1997 presidente della Cecenia e divenuto dal 2004, un anno prima di essere ucciso dalle forze speciali russe, capo della guerriglia indipendentista, n.d.A.) condannò pubblicamente gli attacchi terroristici di Beslan ed era pronto a recarsi personalmente presso la scuola assediata per liberare i bambini, se solo i russi glielo avessero permesso. Maskhadov, inoltre, avrebbe voluto processare Basayev. Lo sappiamo da coloro che presero parte ai negoziati. Oggi molte persone vanno a combattere a causa di ingiustizie subìte, dell’uccisione di loro congiunti o in conseguenza delle torture o dei trattamenti degradanti loro inferti. Purtroppo, finché l’intero Caucaso del nord continuerà a essere interessato dalla tensione e dai conflitti, non ci potrà essere soluzione né alla crisi cecena né a tutte le altre”.