Višegrad. L'odio, la morte, l'oblio

Višegrad. L'odio, la morte, l'oblio
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martedì 22 luglio 2008

Arrestato Karadzic, una riflessione



Radovan Karadzic lavorava come medico – come omeopata – in un ambulatorio privato alla periferia di Belgrado. Occhiali da vista, barba bianca lunghissima, grandi baffi, l’artefice e ideologo della pulizia etnica in Bosnia Erzegovina, irriconoscibile esteticamente, curava esseri umani sotto (presunte) mentite spoglie. Lui che durante la guerra in Bosnia (1992-1995) di esseri umani ne ha ammazzati tra i 100.000 e i 256.000, a seconda delle fonti, dei tam tam “suonati” dai nazionalisti eccetera. Impossibile credere che i servizi segreti non sapessero, e con loro i politici a un certo livello.

Radovan il medico, Radovan lo psicologo della squadra di calcio di Sarajevo, Radovan il politico. Radovan il poeta, che solo nel 2005 mandava alle stampe un libro di poesie in Serbia, in spregio e sfregio di tutto e tutti, lui ricercato per crimini di guerra, crimini contro l’umanità, genocidio…

La Bosnia, quella non ultra-nazionalista serba, da ieri è in strada a festeggiare. Bandiere, birra, canti. Hanno arrestato il boia, il piccolo Hitler/Stalin dei Balcani. Ora manca all’appello il suo socio e braccio armato, Ratko Mladic, colui che teneva i rapporti più stretti col “dittatore democratico” di Belgrado, Slobodan Milosevic, e con i paramilitari torturatori, stupratori e assassini mandati dalla Serbia di Slobo a fare il lavoro sporco sia in Bosnia sia in Croazia. Colui che più volte ha trattato con l’altro sostenitore del disastro bosniaco, l’ex presidente croato Franjo Tudjman, dividendo l’agnello bosniaco in due parti: “Da qui a lì la Grande Serbia; da qui invece la Grande Croazia…”. Chissà se i segreti che conserva dentro di sé Mladic sono più importanti e scottanti di quelli di Karadzic… Soprattutto per la “salute” di chi, in Occidente, con la guerra in Bosnia Erzegovina ci si è arricchito. Perché l’impressione, dall’esterno e dopo 13 anni di latitanza indisturbata, è che l’arresto di Karadzic non sia stato causale ma sia interpretabile come merce di scambio per qualcos’altro di più importante.

Guarda caso, ecco subito chi vuole far entrare prima possibile (Franco Frattini, ministro degli Esteri italiano, ad esempio) la Serbia nell’Unione europea. E Mladic? E Goran Hadzic, l’ex presidente della Repubblica serba auto-proclamata di Krajina, con 14 capi d’imputazione a carico, tra i quali la deportazione di migliaia di croati e altri non-serbi durante la guerra di Croazia e l’uccisione nell'ospedale di Vukovar di 250 esseri umani? Signor ministro, perché tutta questa fretta? Ne ha Washington, e il vassallo europeo ne sostiene ancora una volta chinando il capo il progetto? Come nel caso del Kosovo?

L’arresto di Karadzic, undici giorni dopo la celebrazione dell’anniversario del genocidio di Srebrenica (10.000 persone uccise in cinque giorni, l’ultimo “capolavoro” della premiata ditta Ratko-Radovan), è stato dunque accolto da giubilo e festa. In strada sono scesi in tanti, inclusi i cretini. Forse gli stessi che erano a Srebrenica, l’11 luglio 2008, sventolando bandiere arabe. È il nazionalismo ottuso che non conosce distinzione tra stupidità di una parte e dell’altra. Il nazionalismo musulmano, questa volta, che per restituire favori di guerra ai Paesi arabi gioca – sulla pelle della stragrande maggioranza laica dei bosniaci – a trasformare la Bosnia in una piccola Arabia Saudita, favorendo così lo sdoganamento di luoghi comuni che distruggono l’immagine del Paese e le sue prospettive europee e per forza di cose europeiste. Non ne possiamo più delle bandiere arabe e delle tre dita serbe alzate. Non se ne può più, al contempo, degli interventi vaticani e “cattolici” nella vita del Paese. È troppo chiedere che la Bosnia Erzegovina possa governare da sola il proprio presente per costruirsi un destino non da colonia ma da vero Stato indipendente e sovrano? Forse sì…

Karadzic, arrestato venerdì sera, è dunque in galera. Tre giorni per prendere accordi diplomatici, costruire dichiarazioni e comunicati a effetto, e finalmente la notizia è stata data in pasto anche a noi, e soprattutto a coloro che invocano giustizia da quasi tre lustri.

Ora sono tante le domande cui nessuno di noi può dare risposta.

Quando il genocida dei Balcani sarà estradato all’Aja?

Quando potrà cominciare, finalmente, il processo e quanto durerà?

Chi avrà l’arroganza di difenderlo?

A quale pena sarà condannato?

Esiste una condanna sufficiente per punire un uomo come lui, incarnazione del male in terra?

Quale rete televisiva avrà l’esclusiva a pagamento per intervistarlo?

Sopravviverà fino alla fine del processo o farà la fine toccata in sorte al socio Milosevic?

E soprattutto: la giustizia internazionale sarà potenziata per pervenire finalmente anche all’arresto del vero numero uno della lista, ovvero Mladic? Oppure dovremo accontentarci di Karadzic e, con questo mezzo tributo, la Serbia – una volta che Washington avrà definitivamente messo piede e missili nel Paese – potrà cancellare le brutture del passato recente ed entrare a pieno titolo in questa Unione europea inutile e svuotata di ogni principio che non sia economico?

Manco a dirlo, nessuno di noi ha risposte a queste domande. Troppo grandi per chi vive alle prese con i super-euro, la super-benzina, i super-problemi di ogni giorno.

Tutto quello che sappiamo è che oggi per molti è un giorno di festa, nella speranza che finalmente il vento della ragione spazzi via le bandiere di parte. Il tempo ci dirà qual è stato lo scambio che ha portato Karadzic in gabbia.

Senz’altro, al di là di tutto, in gioco c’è la Serbia tutta. Il presidente Boris Tadic sa che l’unico modo per tenere la Serbia ancorata a Occidente ed evitare la deriva nazionalista e filo-russa – in questo scorcio d’inizio secolo in cui stiamo assistendo a una rapida escalation di una nuova guerra più o meno fredda tra Russia e Stati Uniti – è chiudere i conti col passato e voltare pagina. Da qui anche la decisione, una volta vinte pure le recenti elezioni parlamentari, di sostituire il capo dei servizi segreti e mettere in sua vece un giovane di 36 anni, Sascia Vukadinovic, nonostante nella loro maggioranza Tadic e il primo ministro Mirko Cvetkovic abbiano dovuto imbarcare i resti impresentabili dell’ex partito socialista di Milosevic, che solo in parte si è ripulito rispetto al passato.

Per ogni cosa ci sono dei prezzi da pagare. Finalmente Karadzic sta per saldare il suo conto. Al di là della condanna che, presumibilmente, lo vedrà finire i suoi giorni in carcere (si spera non a cinque stelle), la punizione più giusta sarebbe poterlo mettere davanti alle immagini, agli odori sgradevoli, alle grida, alla disperazione di ciò che ha prodotto in Bosnia Erzegovina. Ma è difficile che un uomo così riconosca i suoi fantasmi e quel che Stanlei Kubrik ha partorito in “Arancia meccanica” non è – per fortuna – realizzabile nell’altrettanto cruda realtà. Chi ha convissuto, fuggendo, per 13 anni con le sue colpe e si è avvalso della “facoltà di non rispondere” appena arrestato, non conosce fantasmi. E allora, alla fine, tutto quel che rimane è la speranza che possa vivere a lungo e farlo nel chiuso di una cella, in attesa che il dio in nome di cui, senza averne mandato né ragione, ha fatto massacrare un popolo gli renda la punizione – quella, sì, giusta ed eterna – che spetta ai malfattori come lui.

Arrestato Karadzic, una riflessione

Radovan Karadzic lavorava come medico – come omeopata – in un ambulatorio privato alla periferia di Belgrado. Occhiali da vista, barba bianca lunghissima, grandi baffi, l’artefice e ideologo della pulizia etnica in Bosnia Erzegovina, irriconoscibile esteticamente, curava esseri umani sotto (presunte) mentite spoglie. Lui che durante la guerra in Bosnia (1992-1995) di esseri umani ne ha ammazzati tra i 100.000 e i 256.000, a seconda delle fonti, dei tam tam “suonati” dai nazionalisti eccetera. Impossibile credere che i servizi segreti non sapessero, e con loro i politici a un certo livello.

Radovan il medico, Radovan lo psicologo della squadra di calcio di Sarajevo, Radovan il politico. Radovan il poeta, che solo nel 2005 mandava alle stampe un libro di poesie in Serbia, in spregio e sfregio di tutto e tutti, lui ricercato per crimini di guerra, crimini contro l’umanità, genocidio…

La Bosnia, quella non ultra-nazionalista serba, da ieri è in strada a festeggiare. Bandiere, birra, canti. Hanno arrestato il boia, il piccolo Hitler/Stalin dei Balcani. Ora manca all’appello il suo socio e braccio armato, Ratko Mladic, colui che teneva i rapporti più stretti col “dittatore democratico” di Belgrado, Slobodan Milosevic, e con i paramilitari torturatori, stupratori e assassini mandati dalla Serbia di Slobo a fare il lavoro sporco sia in Bosnia sia in Croazia. Colui che più volte ha trattato con l’altro sostenitore del disastro bosniaco, l’ex presidente croato Franjo Tudjman, dividendo l’agnello bosniaco in due parti: “Da qui a lì la Grande Serbia; da qui invece la Grande Croazia…”. Chissà se i segreti che conserva dentro di sé Mladic sono più importanti e scottanti di quelli di Karadzic… Soprattutto per la “salute” di chi, in Occidente, con la guerra in Bosnia Erzegovina ci si è arricchito. Perché l’impressione, dall’esterno e dopo 13 anni di latitanza indisturbata, è che l’arresto di Karadzic non sia stato causale ma sia interpretabile come merce di scambio per qualcos’altro di più importante.

Guarda caso, ecco subito chi vuole far entrare prima possibile (Franco Frattini, ministro degli Esteri italiano, ad esempio) la Serbia nell’Unione europea. E Mladic? E Goran Hadzic, l’ex presidente della Repubblica serba auto-proclamata di Krajina, con 14 capi d’imputazione a carico, tra i quali la deportazione di migliaia di croati e altri non-serbi durante la guerra di Croazia e l’uccisione nell'ospedale di Vukovar di 250 esseri umani? Signor ministro, perché tutta questa fretta? Ne ha Washington, e il vassallo europeo ne sostiene ancora una volta chinando il capo il progetto? Come nel caso del Kosovo?

L’arresto di Karadzic, undici giorni dopo la celebrazione dell’anniversario del genocidio di Srebrenica (10.000 persone uccise in cinque giorni, l’ultimo “capolavoro” della premiata ditta Ratko-Radovan), è stato dunque accolto da giubilo e festa. In strada sono scesi in tanti, inclusi i cretini. Forse gli stessi che erano a Srebrenica, l’11 luglio 2008, sventolando bandiere arabe. È il nazionalismo ottuso che non conosce distinzione tra stupidità di una parte e dell’altra. Il nazionalismo musulmano, questa volta, che per restituire favori di guerra ai Paesi arabi gioca – sulla pelle della stragrande maggioranza laica dei bosniaci – a trasformare la Bosnia in una piccola Arabia Saudita, favorendo così lo sdoganamento di luoghi comuni che distruggono l’immagine del Paese e le sue prospettive europee e per forza di cose europeiste. Non ne possiamo più delle bandiere arabe e delle tre dita serbe alzate. Non se ne può più, al contempo, degli interventi vaticani e “cattolici” nella vita del Paese. È troppo chiedere che la Bosnia Erzegovina possa governare da sola il proprio presente per costruirsi un destino non da colonia ma da vero Stato indipendente e sovrano? Forse sì…

Karadzic, arrestato venerdì sera, è dunque in galera. Tre giorni per prendere accordi diplomatici, costruire dichiarazioni e comunicati a effetto, e finalmente la notizia è stata data in pasto anche a noi, e soprattutto a coloro che invocano giustizia da quasi tre lustri.

Ora sono tante le domande cui nessuno di noi può dare risposta.

Quando il genocida dei Balcani sarà estradato all’Aja?

Quando potrà cominciare, finalmente, il processo e quanto durerà?

Chi avrà l’arroganza di difenderlo?

A quale pena sarà condannato?

Esiste una condanna sufficiente per punire un uomo come lui, incarnazione del male in terra?

Quale rete televisiva avrà l’esclusiva a pagamento per intervistarlo?

Sopravviverà fino alla fine del processo o farà la fine toccata in sorte al socio Milosevic?

E soprattutto: la giustizia internazionale sarà potenziata per pervenire finalmente anche all’arresto del vero numero uno della lista, ovvero Mladic? Oppure dovremo accontentarci di Karadzic e, con questo mezzo tributo, la Serbia – una volta che Washington avrà definitivamente messo piede e missili nel Paese – potrà cancellare le brutture del passato recente ed entrare a pieno titolo in questa Unione europea inutile e svuotata di ogni principio che non sia economico?

Manco a dirlo, nessuno di noi ha risposte a queste domande. Troppo grandi per chi vive alle prese con i super-euro, la super-benzina, i super-problemi di ogni giorno.

Tutto quello che sappiamo è che oggi per molti è un giorno di festa, nella speranza che finalmente il vento della ragione spazzi via le bandiere di parte. Il tempo ci dirà qual è stato lo scambio che ha portato Karadzic in gabbia.

Senz’altro, al di là di tutto, in gioco c’è la Serbia tutta. Il presidente Boris Tadic sa che l’unico modo per tenere la Serbia ancorata a Occidente ed evitare la deriva nazionalista e filo-russa – in questo scorcio d’inizio secolo in cui stiamo assistendo a una rapida escalation di una nuova guerra più o meno fredda tra Russia e Stati Uniti – è chiudere i conti col passato e voltare pagina. Da qui anche la decisione, una volta vinte pure le recenti elezioni parlamentari, di sostituire il capo dei servizi segreti e mettere in sua vece un giovane di 36 anni, Sascia Vukadinovic, nonostante nella loro maggioranza Tadic e il primo ministro Mirko Cvetkovic abbiano dovuto imbarcare i resti impresentabili dell’ex partito socialista di Milosevic, che solo in parte si è ripulito rispetto al passato.

Per ogni cosa ci sono dei prezzi da pagare. Finalmente Karadzic sta per saldare il suo conto. Al di là della condanna che, presumibilmente, lo vedrà finire i suoi giorni in carcere (si spera non a cinque stelle), la punizione più giusta sarebbe poterlo mettere davanti alle immagini, agli odori sgradevoli, alle grida, alla disperazione di ciò che ha prodotto in Bosnia Erzegovina. Ma è difficile che un uomo così riconosca i suoi fantasmi e quel che Stanlei Kubrik ha partorito in “Arancia meccanica” non è – per fortuna – realizzabile nell’altrettanto cruda realtà. Chi ha convissuto, fuggendo, per 13 anni con le sue colpe e si è avvalso della “facoltà di non rispondere” appena arrestato, non conosce fantasmi. E allora, alla fine, tutto quel che rimane è la speranza che possa vivere a lungo e farlo nel chiuso di una cella, in attesa che il dio in nome di cui, senza averne mandato né ragione, ha fatto massacrare un popolo gli renda la punizione – quella, sì, giusta ed eterna – che spetta ai malfattori come lui.

mercoledì 16 luglio 2008

A proposito di guerra, pace, cicogne nere e istriani lontani...

Franco Juri è un uomo speciale, esattamente come il suo primo libro, “Ritorno a Las Hurdes. Guerre, amori, cicogne nere e istriani lontani”, appena pubblicato dai tipi di Infinito edizioni (giugno 2008, pagg. 176, euro 13,00, distribuzione Cda). Nato a Capodistria (Koper) in Slovenia/Jugoslavia nel 1956 da padre italiano e madre croata, giornalista e vignettista satirico, negli Anni ‘80 e ‘90 si è occupato di diritti umani ed è stato deputato nel primo Parlamento democraticamente eletto di Lubiana. Dopo l'indipendenza della Slovenia, nei governi di Janez Drnovšek, ha rivestito importanti incarichi nella diplomazia del suo Paese: ambasciatore in Spagna e a Cuba e segretario di Stato agli Affari esteri. Poi ha deciso di abbandonare la diplomazia e di mettersi a lavorare come giornalista indipendente. E di scrivere un libro.

Ritorno a Las Hurdes”, che Juri (i cui parenti italiani hanno mantenuto il cognome Iuri, trasformato invece dal regime titino jugoslavo, destino toccato – per legge – a non pochi italiani rimasti, dopo la seconda guerra mondiale, dall’“altra parte”), quasi timidamente, si ostina a volte a definire “un romanzo”, è invece molto di più: è, semplicemente, un viaggio lungo trent’anni nella storia e nei ricordi di un Paese che non c’è più, la Jugoslavia, fino all’attuale Slovenia (uno dei sette Stati nati dallo sfaldamento della creazione di Tito), con rimandi e flashback nella Spagna di ieri e di oggi, alle Canarie, in Cile e fino in Canada. Un libro cosmopolita e colto, in definitiva, esattamente come l’autore.

Abbiamo brevemente parlato di “Ritorno a Las Hurdes” con il suo autore, che ha presentato in anteprima il libro a Roma lo scorso 21 giugno e che si appresta a portarlo in librerie, teatri e pizza, tra l’Italia e la sua Istria.

DOMANDA: Fanco Juri, chi definisce il tuo libro un romanzo – come a volte fa, ad esempio, il tuo amico Marino Vocci – ti fa in definitiva un torto. Seppur romanzata, la tua è una cavalcata lungo trent'anni di storia jugoslava ed europea, con puntate anche in America. Come definire allora, esattamente, il tuo libro?

JURI: Devo ammettere che nel mio libro qualche concessione al romanzo, o meglio alla narrativa c' è, anche se quanto induce a definirlo tale, cioè un romanzo, si rivela in verità solo una sorta di escamotage per raccontare una fetta di storia e di vita, indubbiamente vita mia, vita nostra, ma anche quella di un'intera generazione. Il libro è senz' altro un ibrido, dove ciò che risalta è comunque il saggio. Un intreccio di racconti e riflessioni ispirati a vicende, personaggi e problemi reali. I capitoli possono essere letti singolarmente o seguendo il filo, il percorso, l'itinerario suggerito da Cesco, il protagonista.

D: Come è stato accolto il tuo libro in Slovenia, a pochi mesi dalle elezioni?

J: È curioso che un libro pubblicato a Roma, in italiano, abbia avuto un immediato riscontro e – finora - più recensioni in Slovenia, sui quotidiani nazionali più importanti, scritti comunque da chi l' italiano lo conosce perfettamente e ha potuto leggere il libro. Forse è dovuto al nome dell' autore, probabilmente più conosciuto in Slovenia che in Italia. Molti si chiedono perché mai non abbia scritto questo lavoro in sloveno. Ebbene, anche se sono bilingue e lavoro più con lo sloveno che con l'italiano, ho scelto la mia lingua materna, anzi “paterna" per affrontare la mia prima sfida letteraria. Ma penso che tra poco si tradurrà anche in sloveno.

D: Oltre che scrittore, grande vignettista e giornalista, sei un diplomatico e un ex parlamentare sloveno. Ti ricandiderai alle elezioni, e perché?

J: Sì, ho accolto l' invito del partito d'opposizione Zares (che tradotto letteralmente significa...Davvero), un gruppo nato dalla scissione della democrazia liberale, schierato al centro-sinistra e particolarmente sensibile a tanti temi che fanno l'attualità come, ad esempio, l'ambiente, i cambiamenti climatici, il welfare, la libertà dei media, i diritti umani, lo sviluppo sostenibile... Molti di questi temi appaiono con forza nel mio libro; ad esempio la crisi alimentare, l’assurda piega presa da una storia e da un'attualità in balia delle chimere del neoliberalismo e del consumismo. Da nove anni sono free-lance, ma ho anche un passato sia politico che diplomatico. Con le vignette diverto, con gli articoli induco alla riflessione, ma l' impegno politico è un modo per non lasciare la politica in mano solo ai pasdaran del capitale speculativo, ai clown e ai demagoghi. Insomma, ho deciso di ributtarmi nell'arena, ma senza grosse speranze di arrivare in Parlamento, visto il numero limitato di seggi che Zares – un partito prevalentemente intellettuale e di profilo urbano – potrà ottenere. Comunque mi sento in dovere di dare loro una mano.

D: Come vive oggi la minoranza italiana nel pezzetto di Istria slovena e nella Slovenia tutta e quali sono state le eventuali conquiste nel passaggio dalla Jugoslavia alla Slovenia?

J: Ne scrivo anche in “Ritorno a Las Hurdes”. È una minoranza quasi inesistente, strutturata per lo più attorno alle istituzioni in mano a quelli che definisco "italiani di professione" o "yuppies dell' identità nazionale". Questi lavorano per garantire quanto la Costituzione riconosce alla minoranza e per ottenere da Lubiana e Roma i mezzi finanziari necessari a far andare avanti le istituzioni. Ma una vera e propria società civile italiana, in Slovenia, non esiste più. L' esodo del dopoguerra ha chiuso definitivamente ogni partita. Sono circa 3.000 coloro che si dichiarano e parlano l'italiano in Slovenia. Il grosso di questa comunità è concentrata nell'Istria croata, ma il confine di Schengen ha ulteriormente diviso questo gruppo nazionale un tempo identificabile omogeneamente con l'Istria, Fiume e le isole del Quarnero.

D: E le perdite?

J: Pensi all'esodo e all'assimilazione? Fenomeni apparentemente inevitabili che nemmeno la buona volontà riesce più ad arginare. L' unica speranza vera è la multiculturalità e l'interculturalità...la contaminazione tra culture. Io ci credo, anzi ne sono un risultato.

D: Franco, domanda secca: si stava meglio prima o adesso?

J: I miei amici spagnoli, quando si lamentano dell'oggi, usano dire “Contra Franco se vivía mejor”, contro Franco si viveva meglio. Una battuta sarcastica, ovvio. Ma qualcosa del genere affiora ogni tanto anche da noi: si stava meglio contro Tito...anche se Tito, certamente, non era Franco e negli Anni ‘70 noi jugoslavi stavamo meglio degli spagnoli. Oggi una cosa del genere non me la sentirei proprio di dirla. Siamo in Europa, nella Nato, persino in Afghanistan e in Iraq, circa come voi italiani, abbiamo l'euro e abbiamo appena concluso 6 mesi di presidenza dell’Unione europea (il primo semestre del 2008, passato alla “storia” come “i semestre gentile”, n.d.A.)... Eppure... Siamo veramente più felici? Ho assistito qualche settimana fa, da giornalista, a una manifestazione nazionalista anti-croata sul confine in Istria. Tristissimo! Ho visto skinhead giovanissimi sventolare bandiere della "grande Carantania". Nei loro volti non c'era né gioia né passione. Erano pallide maschere di inquietante disperazione...assomigliavano a quelle di Weimar.

D: Tuo padre è stato un combattente anti-fascista e a un certo punto si è trovato a fare una scelta, alla fine della seconda guerra mondiale. Ha scelto, anche per evitare epurazioni politiche e processi più o meno sommari, di restare "di là". Ti sei mai chiesto che cosa sarebbe cambiato nella tua vita se oggi fossi un cittadino italiano?

J: Pensa, in virtù delle mie origini potrei anche richiedere e ottenere la cittadinanza italiana. Quasi tutti, nella minoranza, l'hanno fatto. Io no. Non perché non apprezzi la cittadinanza del Belpaese.... No, direi che la mia indole mi mantiene lontano da queste logiche. E poi siamo o non siamo in Europa? Mio padre fece una scelta che avrebbe preferito evitare: l' esilio, per i fatti di Porzus. Lo racconto nel libro, per cui non ripeterò qui la sua vicenda. Ma quella storia racconta molto di più che non un semplice capitolo nero della Resistenza, e induce a riflettere perché le cose non sono mai in bianco e nero. Di mio padre ho sempre apprezzato l'idealismo, l'altruismo e la fede nell'eguaglianza degli uomini.

D: Qual è l'immagine dell'Italia in Slovenia?

J: Di eterno odio-amore. C'è ammirazione e sottovalutazione. L'Italia è un Paese del Sud, ma anche un Paese geniale... Soprattutto gli sloveni della regione litoranea – quella che fu parte del regno dei Savoia – hanno impresso nella memoria storica e nell'immaginario collettivo il volto peggiore dell'Italia: il ventennio fascista con il suo squadrismo e la sua "bonifica etnica". È un ricordo indelebile anche perché viene spesso e volentieri mantenuto vivo dalla destra di frontiera: nazionalista e antislava. E ora c'è pure una destra slovena che gli italiani li disprezza, ancor di più se sono di sinistra. Sembra un paradosso, ma non lo è. Le destre vanno a braccetto su questi temi.

D: Ci regali una tua vignetta e ce la spieghi?

J: Te ne passo una che certo ridere non farà e che è stata pubblicata mercoledì 9 luglio sul giornale austriaco Kleine Zeitung, con cui collaboro settimanalmente. Sullo sloveno Dnevnik invece le mie vignette appaiono ogni giorno. Eccola, è dedicata al G-8, e al "miracolo" della lievitazione dei prezzi del cibo, immolato sull'altare del biocarburante. Cose da Bush & company, ovviamente...










Ritorno a Las Hurdes

Guerre, amori, cicogne nere e istriani lontani

Il saggio di Franco Juri
Prefazione di Nelida Milani
Introduzione di Paolo Rumiz

“È, questo libro, la biografia di un’intera generazione seppellita dai suoi stessi sogni, che ancora sopravvive, nonostante tutto, ma lo fa sul ciglio di un baratro, stupita dinanzi al passato e al futuro, ugualmente sviliti da un presente turpe, che nega ogni passione” (dalla prefazione di Nelida Milani).

Il racconto unico di uno dei testimoni del nostro tempo, tra l’Istria e la fine della ex Jugoslavia, la nascita della Slovenia e Gladio, la Spagna e il Cile, la resistenza al fascismo, il fallimento del socialismo e un mondo che non esiste più.

Collana: Orienti
Titolo: Ritorno a Las Hurdes
Autore: Franco Juri
Prefazione: Nelida Milani
Introzione: Paolo Rumiz
Caratteristiche: formato cm 15x21, brossura filo refe, copertina
plastificata a colori
Pagine: 176
Prezzo: euro 13.00
Isbn: 978-88-89602-37-9
In libreria da: giugno 2008

martedì 8 luglio 2008

Intervista su Melinda se ne infischia


Daniele Dell’Agnola ha pubblicato per Infinito edizioni il suo bellissimo libro dal titolo Melinda se ne infischia, con prefazione del grande Dario Vergassola. Abbiamo parlato di questo splendido progetto (anche musicale e teatrale) con Daniele.

D. Come nasce un personaggio come Melinda e come si sviluppa?
Melinda nasce osservando i miei studenti e fondendo il loro modo di essere, complesso e imprevedibile, alla mia interpretazione del mondo. Nasce dall'incontro di una generazione (gli adolescenti di oggi) con un trentenne che ricorda con piacere la propria adolescenza. Credo sia
importante ammettere che Melinda rappresenta il mio bisogno di raccontare un storia divertente per i lettori, nel contempo un racconto che provochi un dibattito attorno alla difficoltà del "crescere". E non solo... A volte Melinda dice cose che io non condivido. Ma deve dirle, altrimenti il gioco
non vale.
La diciassettenne vulcanica di questo romanzo si è sviluppata correndo nei sentieri di Biasca (paese dove abito, nella Svizzera italiana) e pedalando lungo la splendida valle di Blenio. In quei momenti pensavo. Ho iniziato a scrivere la storia partendo da un'idea di base, senza pianificare il
disegno del romanzo. Due mesi per la struttura grezza, poi un anno di lavoro sul testo.
Infine, Melinda nasce dopo aver scritto altri romanzi, testi teatrali, racconti, che non ho mai pubblicato.

D. Ha ragione Dario Vergassola, nella prefazione, quando afferma il carattere anche autobiografico di Melinda (Melinda c'est moi)?
In parte ho già risposto. Melinda sogna, ama, si preoccupa, sbaglia, è incoerente, è indignata di fronte alla mediocrità (a volte indignata con se stessa, quando si sente zero zerissima e non riesce a cambiare il mondo). Io sogno, mi preoccupo, a volte sbaglio e cerco di essere coerente sentendomi a volte un po' zero zerissimo. E amo. Ma Melinda dice cose che io non condivido: quando critica la scuola denigra i docenti. Questa è una situazione reale. Se dovessi aprire un dibattito con Melinda, dovrei farle capire che il mestiere dell'insegnante non è sempre facile, soprattutto con ragazze come lei... Quindi Melinda c'est moi, in parte. Oppure in parte posso dire che Melinda c'étais moi.

D. Il libro come è stato accolto in Canton Ticino e, in particolare, nel mondo della scuola, in cui lavori?
Nel mondo della scuola è stato accolto bene, soprattutto dagli studenti. In una scuola media abbiamo proposto la storia di Melinda in vista di una messinscena. Quindici adolescenti hanno accettato con grande energia la sfida e ora, dopo un anno di intenso lavoro, lo spettacolo teatrale
diventerà anche un DVD. Stiamo producendo un piccolo spettacolo multimediale che è già stato richiesto da una rassegna letteraria e da un film festival. Non anticipo nulla.
I media hanno dato molto spazio al progetto e nelle librerie sembra abbia venduto abbastanza bene, in alcune librerie è stato il libro più venduto per qualche settimana. Giulia Fretta e Eros Costantini hanno presentato il romanzo con entusiasmo, ho pure ricevuto anche qualche e-mail di
incoraggiamento. Ho saputo che c'è stata una giornalista stranamente infastidita dai comunicati stampa dell'editore ma, come dice Melinda, sarà la piccola dimensione del Ticino che aiuta il nervosismo o l'aggressività.

D. Melinda può essere anche un ottimo mezzo per togliersi dei sassolini dalle scarpe e dire cose che altrimenti forse non diresti?
Sì, trovo che la scrittura narrativa sia una bella forma per dare voce alle proprie idee o per provocare un vero dibattito. Il problema è che anche nella democratica Svizzera non sempre è possibile confrontarsi apertamente: talvolta, anche a livello politico, il dibattito cade, decade, diviene violento nei termini, nell'aggressività, nell'arroganza. Quando talune situazioni sono poco chiare, troppe volte non si osa intervenire. Così talvolta consegno a Melinda qualche tarlo e lei sguscia ad esempio da un quotidiano un articoletto. Cito dal libro: “Un'autorità religiosa (generica: io faccio sempre discorsi generici) afferma che l'ombra di uno Stato forte fa paura, ‘basti pensare ai disastri di tanti Stati forti negli ultimi due secoli’. Credo di avere la faccia a forma di smorfia e il cranio a forma di Caos cosmico. Però continuo a leggere: ‘Abbiamo bisogno di uno Stato giusto, onesto e serio’, dice l'autorità religiosa generica, ‘al servizio della società civile, non prevaricatore, peggio ancora con la presunzione di essere lui fonte di valori etici’. Bene: questa sera la televisione pubblica darà voce anche a questa notizia. Bevo la mia birra come fosse mezzo litro d'acqua dopo quaranta chilometri di corsa nel deserto. Giovedì si scappa a vedere Sofocle e venerdì a sentire il Rach. Chiudo il giornale. Chiudo i giornali. Chiudo la mia relazione con il mondo dei giornali”.
Io insegno da otto anni in una scuola pubblica superiore e media, dove ho il compito di istruire e educare gli studenti. Con i ragazzi quindicenni promuovo regolarmente un percorso sull'affettività e spiego la necessità di proteggersi con il preservativo. Sono quindi un presuntuoso che crede di essere fonte di valori etici? Ecco un sassolino. Anzi, un preservativo…

D. Quando i ragazzi ai quali insegni hanno saputo del libro, che cosa hanno detto? E quando lo hanno letto? A qualcuno di loro pensi di aver fatto venire la voglia di fare lo scrittore, da più o meno grande?
Non ho fatto leggere ai ragazzi il libro. Anzi, non ho parlato loro del libro, ma di un progetto di scrittura. Ho chiesto a loro di scrivere, di riflettere su dei temi. Al gruppo teatrale ho raccontato la storia, poi abbiamo creato il testo, in gran parte l'ho scritto io, poi l'abbiamo discusso. Sono stati loro ad accettare questo lavoro e alla fine dell'anno si sono accorti che "Melinda se ne infischia" era pure un romanzo. Non so se lo leggeranno, spero di sì, spero di essere riuscito a trasmettere loro il piacere per la letteratura. Se leggono il libro, i quindicenni (ma anche i ragazzi delle superiori) scopriranno che Melinda ama i libri che ama Dell'Agnola, anche se li ama in modo diverso. Anzi, se Melinda sapesse che amo quei libri, probabilmente si rifiuterebbe di leggerli (per il solito gioco necessario e indispensabile del conflitto/confronto tra adolescente e adulto).