Višegrad. L'odio, la morte, l'oblio

Višegrad. L'odio, la morte, l'oblio
Il nuovo libro di Luca Leone, nelle librerie e negli store online. Compralo su www.infinitoedizioni.it

venerdì 25 aprile 2008

25 aprile, festa della Liberazione

Durante la seconda guerra mondiale, dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, nacque in Italia la Resistenza. Il movimento sorse dall'impegno comune di individui, partiti e movimenti che decisero di contrastare l’occupazione militare tedesca e quella della Repubblica Sociale Italiana (Rsi), fondata da Benito Mussolini sul territorio controllato dalle truppe della Germania nazista.

La Resistenza, che può essere inquadrabile nel più ampio fenomeno europeo della resistenza all'occupazione nazista, fu caratterizzata in Italia dall'impegno unitario di molteplici e talora opposti orientamenti politici (ricordiamo tra questi cattolici, comunisti, liberali, socialisti, azionisti, monarchici…). La Resistenza raccolse quindi sia gruppi organizzati che spontanei di differenti estrazioni politiche, uniti però nel comune intento di opporsi militarmente e politicamente al governo fascista della Rsi e degli occupanti nazisti tedeschi.

Ne scaturì la "guerra partigiana", che si concluse il 25 aprile 1945, quando l'insurrezione armata proclamata dal Comitato di liberazione nazionale per l'Alta Italia (CLNAI) riuscì a controllare la maggior parte delle città del nord del Paese, che era l'ultima parte di territorio ancora occupata dalle truppe tedesche in ritirata verso la Germania e soggetta all'azione repressiva delle formazioni repubblichine della Repubblica Sociale Italiana, cui il movimento partigiano opponeva strenuamente la propria resistenza. La resa incondizionata dell'esercito tedesco si ebbe il 29 aprile.

La Resistenza italiana terminò formalmente il 29 aprile, con la resa incondizionata dell'esercito tedesco. Ma i giorni dal 25 al 29 aprile furono intensi: infatti il 27 aprile Benito Mussolini fu catturato a Dongo, vicino al confine con la Svizzera, mentre, travestito da soldato tedesco, tentava di espatriare assieme all'amante Claretta Petacci. Riconosciuto dai partigiani, fu fatto prigioniero e giustiziato il giorno successivo, il 28 aprile, a Giulino di Mezzegra, sul lago di Como. Il suo cadavere venne esposto impiccato a testa in giù, accanto a quelli della stessa Petacci e di altri gerarchi, in piazzale Loreto a Milano, ove fu lasciato alla disponibilità della folla. In quello stesso luogo otto mesi prima i nazifascisti avevano esposto, quale monito alla Resistenza italiana, i corpi di quindici partigiani uccisi.

Il 2 maggio il generale inglese Alexander ordinò la smobilitazione delle forze partigiane, con la consegna delle armi. L'ordine venne in generale eseguito. Una parte delle forze partigiane fu arruolato nella "polizia ausiliaria" ad hoc costituita.

Il 25 aprile è festa nazionale e monito affinché il buio nazifascista mai più abbia a ripetersi in Italia e altrove in Europa e nel mondo. Negli ultimi anni, purtroppo, la memoria di chi ha combattuto per liberare l’Italia dall’oppressione delle camicie nere e delle SS e lo stesso 25 Aprile sono stati più volte infangati e derisi e la Resistenza non di rado ridotta a fenomeno minoritario e di parte invece che a manifesto della reazione di un popolo alla dittatura.

Buon 25 Aprile.

martedì 22 aprile 2008

Quella collina da salvare a tutti i costi

In libreria “Il memori@le della collina”, di Andrea Griseri

È in libreria per i tipi di Infinito edizioni il romanzo d’esordio di Andrea Griseri, torinese come gli illustri ospiti che hanno firmato la prefazione del volume (il Premio Bancarella Federico Audisio Di Somma) e l’eccezionale saggio finale (il sociologo e scrittore Marco Revelli).

Al centro del libro vi è la mite e saggia follia che coglie uno psichiatra nella sua disperata, grottesca, titanica, divertente lotta per salvare una collina dalla cementificazione e dalla lottizzazione. È questa la chiave usata da Griseri per affrontare la più attuale e drammatica delle realtà italiane: la devastazione del territorio di tutti per l’interesse economico di pochi.

«La follia sembra sancita da una forza superiore e coinvolge, insieme al destino del protagonista, l’ecologia di un mondo perduto», spiega nell’introduzione Federico Audisio di Somma, vincitore del premio Bancarella, cogliendo dietro l’ordito della narrazione il significato nascosto e metaforico della collina.

Fiaba ecologica, inno carico di simpatia viscerale per i reietti (purché si tratti di reietti intelligentemente in controtendenza, cioè simpatici), tentativo di ritorsione letteraria contro gli egoisti avidi che consumano irreversibilmente la madre terra e protesta ironica e sommessa contro il conformismo pervasivo e l’ipocrisia: qualche volta i diversi riescono a vincere una battaglia, la musica neoclassica e il corpo di ballo psicolabile riescono a respingere l'assalto delle ruspe ma il “generale” terminerà i suoi giorni recluso per contrappasso in un manicomio.

È questo il Memori@le della collina. Ma soprattutto è una metafora dai molteplici significati, perché «folli, più folli dei pazienti rinchiusi nella casa di cura del prof. Geremia, sono i protagonisti “normali” del racconto. Quelli, appunto, che dovrebbero incarnare la “normalità” del nostro modo di vivere quotidiano: il geometra cementificatore, gli impresari edili, ingegneri, architetti, persino il Sindaco, che svende l’habitat della propria comunità territoriale con svagata nonchalance» (dal saggio finale di Marco Revelli).

Andrea Griseri, perché alla fine del libro hai voluto pubblicare un appello per la salvaguardia della Val di Cornia?

Avvertivo l’esigenza di ancorare un racconto che nasce dalla pura fantasia a una situazione concreta. In tutta la penisola le aggressioni al paesaggio sono purtroppo diffuse da anni ma si registra un risveglio della coscienza civile; l’auto-organizzazione di cittadini che si sentono veramente tali e si riuniscono in gruppi e comitati di azione merita incoraggiamento; è oltretutto una grande risorsa democratica in tempi di crisi della rappresentanza…ma questo discorso ci porterebbe troppo lontano.

Il “sublime “ psichiatra protagonista del romanzo gradualmente impazzisce. Sullo sfondo dell’intero lavoro aleggia una follia “buona”, sorta di fuga dal mondo malvagio che trasforma le colline in fungaie di cemento. Perché il protagonista è un folle? È folle pensare di salvare una collina in un mondo dominato dal profitto?

Lo scrive Marco Revelli nella postfazione: chi è il folle? Gradualmente lo spazio della normalità viene divorato da colonizzatori avidi e senza scrupoli che impongono la loro legge e la loro morale; chi resta fedelmente abbarbicato alla propria sottile striscia di terra, il territorio “astratto” della normalità, appare eccentrico e viene emarginato o addirittura recluso.

Perché oggi la salvaguardia dell’ambiente è tematica di parte e non base comune a tutti i politici, gli amministratori, i cittadini?

È in parte un’anomalia italiana. In molti paesi del nord Europea la tutela dell’ambiente è tema trasversale. Anche se certe repentine consapevolezze celano improvvisazione e polpette avvelenate. Preoccupa la scarsissima sensibilità diffusa nei paesi, soprattutto asiatici, che si stanno affacciando prepotentemente alla ribalta mondiale. Questo sarà “il problema” dei prossimi anni. L’Italia come sempre è un caso a parte: la recente retorica bi-partisan del partito del fare (che fa rima sgradevolmente con affare) parla di grandi opere purchessia (la logica dell’oeuvre pour l’oeuvre, è il neodandismo dei cementificatori) anziché di investimenti in energie rinnovabili e di micro-mercato dell’energia (tutti produttori come in certi Lander tedeschi), di inceneritori anziché di gestione integrata del ciclo dei rifiuti, dalla produzione al riciclo. Siamo una terra di mezzo, incapaci di sedere fra le nazioni avanzate.

Quanto la tua esperienza di ambientalista ha influito sulla scrittura del romanzo e in cosa vorrebbe che l’ambientalismo italiano cambiasse?

La difesa del territorio è una costante del mio impegno: si tenga conto che questo non è “solo” un romanzo ambientalista. La collina è una metafora più ampia. L’ambientalismo italiano? Innanzitutto meno frazionismo e meno personalismi.

Nel memoriale della collina sono memorabili le descrizioni dei nemici dell’ambiente e il modo in cui ne distruggi pezzo per pezzo, senza cattiveria, la credibilità. Alla fine però sono proprio questi buffoni, queste maschere, a vincere la partita. Perché un finale così eroico ma così amaro?

Direi agrodolce. In fondo le ruspe si ritirano sconfitte e dietro le telecamere che immortalano l’evento si indovina un’opinione pubblica finalmente risvegliata (importante la sprovincializzazione della vicend. Ogni tanto viene abbattuto un ecomostro: mai per volontà di qualche piccolo amministratore locale ma sempre grazie a qualche ministro sensibile). L’eroe, lo psichiatra, vince e soccombe. Anche il suo progetto terapeutico innovativo che gli aveva procurato notorietà (è in fondo un epicentro narrativo minore del libro) fallisce. Il puro folle soccombe di fronte ai colleghi invidiosi dopo avere sconfitto i meschini palazzinari. Forse nel suo soggiorno obbligato ha raggiunto la saggezza. Forse sa che in ogni caso la pienezza della felicità è irraggiungibile.

mercoledì 16 aprile 2008

Paraguay, elezioni sul filo del rasoio

Il Paese chiamato alle urne per completare la transizione democratica


Intervista a Norberto Bellini

di Luca Leone/Infinito edizioni

Quello con Norberto Bellini, co-fondatore delle Leghe Agrarie paraguaiane e perseguitato dal regime dittatoriale di Alfredo Stroessner, il più longevo dell’America Latina del XX secolo, è un incontro ricco di spunti per riuscire a comprendere una realtà poco conosciuta ma assai rilevante sul piano regionale latinoamericano come quella del Paraguay.

Bellini fu costretto dalla dittatura a lasciare il Paese per salvarsi la vita ma, ciò nonostante, ha continuato instancabilmente a denunciare dall’Europa gli abusi e le violazioni dei diritti umani del regime di Stroessner. Nel 1989 ha fondato l’Associazione Solidarietà e Sviluppo (Ases), di cui è vice-presidente e con la quale ha realizzato importanti progetti agrari in Paraguay. È, insomma, uno di quegli eroi silenziosi che dedicano la loro vita a un ideale.

In quest’intervista il passato e le sue lotte sono strettamente legati al presente e alla scadenza elettorale del prossimo 20 aprile, allorché il Paese è chiamato a chiudere la lunga fase di transizione verso la democrazia e possibilmente a scegliere d’interrompere il lunghissimo predominio politico – spesso fondato su una gestione clientelare e torbida della cosa pubblica – del Partito Colorado, che sostenne Stoessner per l’intera durata della sua dittatura e che oggi candida Blanca Ovelar per sostituire alla presidenza della Repubblica il discusso Nicanor Duarte Frutos e, soprattutto, a sbarrare la strada – anche con mezzi discutibili – al candidato del popolo, il vescovo Fernando Lugo.

Norberto Bellini ha pubblicato proprio all’inizio di aprile per i tipi di Infinito edizioni lo splendido libro dal titolo Emboscada. Le lotte contadine contro la dittatura in Paraguay (pagg. 176, € 14,00). Come ha scritto nella prefazione del libro Mons. Mario Melanio Medina, vescovo di Misiones e Ñeembucú e presidente della Commissione Verdad y Justicia, “il libro dell’amico Norberto Bellini rompe finalmente il silenzio che ha gravato e ancora grava in Europa sul mio Paese. A lui va quindi la gratitudine dei paraguaiani, soprattutto di quelli che, nel silenzio, hanno maggiormente patito le violenze della dittatura”.


Norberto Bellini, il Paraguay è uscito da una delle dittature più lunghe e dolorose (e misconosciute) dell'America Latina. Nessuno degli appartenenti all'apparato della dittatura ha in realtà pagato e oggi molti di loro continuano a fare politica e a rivestire ruoli di prestigio, nonostante non godano del supporto di buona parte del Paese. In questo contesto, quanto il rischio di brogli e il pericolo di violenze potrà condizionare sia il voto sia – forse soprattutto – lo scrutinio?

Il 20 aprile i paraguaiani saranno chiamati per la quarta volta dalla caduta di Alfredo Stroessner a eleggere il Presidente della Repubblica, i membri di Camera e Senato, i governatori delle Regioni e, per la prima volta, i membri di una struttura che è l’equivalente del Parlamento Europeo, e cioè il Parlamento del Mercosur, il mercato comune sudamericano, composto da Brasile, Uruguay, Argentina e Paraguay. Per capire l’importanza di queste elezioni bisogna chiarire il ruolo che ha avuto e ha in questo Paese il Partito Colorado, al potere dal 1947, quindi da oltre 60 anni. È il partito che ha legittimato il colpo di stato del generale Stroessner nel 1954, e lo ha appoggiato e mantenuto ininterrottamente al governo per 35 anni, grazie a elezioni farsa cui si consentiva partecipassero pseudo-partitini di opposizione. Il colpo di stato del febbraio 1989 guidato dal generale Rodríguez, consuocero di Stroessner, ha posto fine alla dittatura e aperto la cosiddetta “fase della democratizzazione”. In realtà ben poco è cambiato, politicamente, perché il Partito Colorado ha continuato a governare. Vi sono state alcune aperture democratiche: si è emanata, ad esempio, una nuova Costituzione che prevede l’elezione del presidente della Repubblica per un solo mandato e si è avuta una maggiore libertà di stampa, però non si sono affrontati i problemi cruciali del Paese, primo fra tutti quello di una vera riforma agraria. Così la forbice tra una piccola oligarchia di ultra-ricchi e la massa dei poveri si è ulteriormente allargata. Attualmente, su 6 milioni di abitanti, oltre 100.000 si trovano in Spagna, alla ricerca di una qualche prospettiva di vita. Si tratta per la maggior parte di immigrati clandestini. A questi bisogna sommare i paraguaiani che hanno raggiunto l’Argentina e altri Paesi dell’Unione europea, tra cui l’Italia. Moltissime famiglie paraguaiane sopravvivono oggi in patria grazie alle rimesse di questi emigrati.

Dopo la caduta della dittatura si sono sempre presentati alle elezioni candidati di più partiti, ma i colorados, grazie a brogli, alla pratica dei voti di scambio e alla complicità della magistratura, sono sempre riusciti ad assicurarsi la presidenza della Repubblica. I brogli, d’altra parte, si verificano persino all’interno del partito, nel corso delle elezioni primarie. Anche a queste si presentano più candidati, ma a vincere è sempre quello designato, sin dall’inizio, dalla lobby che controlla il partito. Recentemente il senatore Juan Carlos Galaverna ha dichiarato, impunemente, che il vero vincitore delle primarie da cui uscì il successore di Rodríguez fu Luis María Argaña. Però, grazie ai suoi buoni uffici, fu dichiarato vincitore Juan Carlos Wasmosy.

Alle ultime primarie del Partito Colorado si sono presentati due candidati: Luis Castiglioni e Blanca Ovelar. Il primo, per correre, ha rinunciato alla vicepresidenza della Repubblica; la seconda, ministro dell’Istruzione, è la candidata sostenuta dall’attuale presidente della Repubblica, Nicanor Duarte Frutos, e dalla lobby che dirige il partito. Grazie a brogli la vittoria è andata a Blanca Ovelar. La corrente del partito che fa capo a Luis Castiglioni (Vanguardia Colorada) si rifiuta ora di votarla. Duarte, per scongiurare il pericolo, sta cercando di comprare i sostenitori di Castiglioni offrendo loro importanti (e ben retribuite) cariche nelle istituzioni statali e parastatali.

Sono in atto da tempo manovre per conservare a qualsiasi prezzo il potere: innanzitutto si è cercato di dividere l’opposizione scarcerando il generale Lino Oviedo, detenuto con l’accusa di aver ordito un colpo di stato militare nel 1996. Oviedo è il fondatore di Unace, un partito che era entrato nella coalizione che sostiene il principale avversario dei colorados, Fernando Lugo. Ora Oviedo ha abbandonato la coalizione e si è candidato a propria volta. Come seconda misura si è avviata una sistematica campagna di diffamazione contro i candidati degli altri partiti. Le dichiarazioni dei responsabili delle sezioni del Partito Colorado non lasciano dubbi circa il pericolo di azioni violente. È voce corrente è che, se non vincesse Blanca Ovelar, non è per nulla scontato che il potere passi in altre mani.


Le prossime elezioni paraguaiane rivestono un'importanza decisiva per la conclusione della transizione verso la democrazia di uno dei Paesi più poveri e dimenticati dell'America Latina. Ritiene che l'elezione di presidenti più o meno progressisti in Cile, Argentina, Brasile, Uruguay – oltre che naturalmente in Venezuela ed Ecuador – possa favorire la vittoria finale del candidato democratico Fernando Lugo? Oppure ritiene che il Paraguay sia ancora molto chiuso al suo interno e che la politica internazionale e regionale abbiano poche chance d’influenzare l'elettorato paraguaiano?

Le prossime elezioni sono d’importanza davvero cruciale per la conclusione della fase di transizione verso la democrazia, perché la candidatura di Fernando Lugo non è stata imposta dai partiti, ma è sorta dal popolo.

Nel marzo del 2006 Lugo ha riunito nella Resistencia Ciudadana (Resistenza civica) i principali partiti politici dell’opposizione, i cinque maggiori sindacati e un centinaio di associazioni. Il 29 dello stesso mese ha organizzato una marcia di protesta contro Duarte e la Corte Suprema di Giustizia, accusandoli di violare la Costituzione. A quella marcia hanno partecipato decine di migliaia di paraguaiani. Nel giugno successivo Lugo ha dato vita a un movimento d’intesa nazionale, con l’obiettivo di porre fine a 60 anni di potere del Partito Colorado.

Il 17 giugno 2007 il Partito Liberale Radicale Autentico (PLRA), la formazione più consistente dell’opposizione, ha deciso di rinunciare a un proprio candidato alla presidenza della Repubblica e di appoggiare Lugo. Il 18 settembre 2007 la maggior parte dei partiti, dei movimenti politici e delle organizzazioni sociali riuniti nella Concertación Nacional e nel Bloque Social y Popular (BSP) hanno dato vita alla Alianza Patriótica para el Cambio (APC), per sostenerlo a loro volta. Questo nuovo fenomeno politico è guardato con interesse dai governi progressisti che, negli ultimi decenni, hanno soppiantato in vari Paesi sudamericani le vecchie dittature. Lugo ha incontrato i presidenti di queste nazioni e i paraguaiani là emigrati.

È indubbio che i cambiamenti avvenuti in America Latina stanno influendo l’elettorato paraguaiano, risieda esso in patria o nei Paesi limitrofi.

La Presidente dell’Argentina ha dichiarato che ai lavoratori paraguaiani residenti nel suo Paese sarà concesso un permesso speciale per tornare in patria a votare.

Il 2 aprile Lugo si è recato in visita in Brasile, dove ha avuto con Lula un incontro durante il quale è stata concordata, qualora vincesse le elezioni, l’apertura di un tavolo di trattative per dirimere alcuni contenziosi fra i due Paesi, in particolare sull’utilizzo dell’energia elettrica prodotta dalla centrale di Itaipú, di cui sono comproprietari. Lugo ha poi avuto un incontro con la Commissione Esecutiva Nazionale del Partito dei Lavoratori del Brasile (il partito di Lula). Il presidente del partito, Ricardo Berzoini, ha letto durante l’incontro un documento in cui si afferma che “il Partito dei Lavoratori ritiene la candidatura di Lugo alla presidenza del Paraguay un’espressione delle forze progressiste, democratiche e popolari che possono rinnovare significativamente la società e la politica di quella nazione”, ribadendo che il Partito guarda con attenzione al processo elettorale in corso “e si augura il trionfo di quelle forze politiche e sociali che appaiono in sintonia con il processo di cambiamento in corso nel continente”. Il Partito dei Lavoratori invierà due osservatori e auspica che le elezioni si svolgano in un clima sereno, nel rispetto della volontà popolare, dicendosi certo che l’eventuale vittoria di Lugo “significherà un progresso importante per la vita politica e sociale del Paraguay”.


Quante sono le reali possibilità del candidato progressista Lugo, di quale sostegno interno e internazionale gode e quali sono le difficoltà che sta affrontando nel confrontarsi contro l'apparato colorado e i centri di potere a esso collegati?

Nonostante il governo e il Partito Colorado stiano utilizzando tutte le strutture governative per contrastare Lugo e cerchino di creare un clima di terrore agitando lo spettro di un socialismo non rispettoso della proprietà privata e di licenziamenti in massa degli impiegati pubblici, nell’eventualità di una sua vittoria, l’appoggio popolare interno e il sostegno internazionale, soprattutto dei Paesi del Mercosur, si rafforzano.

Lugo ha dovuto affrontare varie difficoltà; alcune, come l’incostituzionalità della sua candidatura in quanto membro del clero, sono superate. Il Partito Colorado ha poi cercato di screditarlo accusandolo di connivenza con le FARC (le Forze armate rivoluzionarie della Colombia), dicendolo implicato in alcuni sequestri e omicidi avvenuti in Paraguay e imputandogli di essere finanziato da Hugo Chavez, il presidente del Venezuela. Ma la difficoltà più grande è dovuta al fatto che Lugo non dispone delle risorse economiche di cui godono invece il governo e il Partito Colorado, che stanno organizzandosi anche per trasportare materialmente ai seggi i colorados. È un fatto, questo, di non trascurabile importanza. In Paraguay, per poter votare, ci si deve iscrivere in una lista comunale qualsivoglia, accertando poi che l’iscrizione sia effettivamente avvenuta. Ai cittadini non viene recapitata nessuna tessera elettorale; ci si limita ad annunciare la data del voto, invitando la popolazione a esprimerlo, senza indicare in quale località e in quale seggio ci si debba presentare. Il voto va comunque espresso nel Comune presso cui ci si è iscritti, anche se ci si è trasferiti altrove. Questo impedisce, soprattutto alle classi popolari, e in particolare ai contadini, di usufruire del diritto al voto. Molti di loro, infatti, non sanno presso quale sezione debbano votare e, anche quando lo sanno, non dispongono del denaro necessario per raggiungere il Comune di iscrizione. Il Partito Colorado dispone, per i propri affiliati, di mezzi di trasporto statali e gratuiti. Attualmente, strutture indipendenti hanno abilitato attraverso internet dei siti in cui, inserendo il numero della carta d’identità, si riesce a sapere se il proprio nome figura nelle liste elettorali di un comune e dove bisogna recarsi a votare. Questa iniziativa, certo lodevole, rimane tuttavia lettera morta per la maggior parte dei sostenitori di Lugo, che sono operai o contadini.


Quanti sono gli aventi diritto al voto in Paraguay e che cosa dicono i più recenti sondaggi?

Gli iscritti nelle liste elettorali, e quindi gli aventi diritto al voto, sono 2.861.940, per complessive 14.306 sezioni, così suddivisi per regione: Capitale, 1.772 sezioni, 355.416 elettori; Concepción, 504 sezioni, 100.554 elettori; San Pedro, 819 sezioni, 163.495 elettori; Cordillera,760 sezioni, 152.264 elettori; Guairá, 524 sezioni, 104.745 elettori; Caaguazú, 1.075 sezioni, 215.483 elettori; Caazapá, 393 sezioni, 78.536 elettori; Itapúa, 1.139 sezioni, 228.344 elettori; Misiones, 340 sezioni, 67.928 elettori; Paraguarí, 688 sezioni, 137.664 elettori; Alto Paraná, 1.340 sezioni, 268.487 elettori; Central, 3.736 sezioni, 745.321 elettori; Ñeembucú, 255 sezioni, 51.250 elettori; Amambay, 286 sezioni, 57.358 elettori; Canindeyú, 313 sezioni, 62.685 elettori; Presidente Hayes, 224 sezioni, 45.152 elettori; Alto Paraguay, 40 sezioni, 7.774 elettori; Boquerón, 98 sezioni, 19.484 elettori. Secondo i sondaggi, fino ad ora Lugo è in testa, anche se permane l’incognita dovuta a un meccanismo elettorale arcaico e farraginoso che impedirà a molti di esprimere il proprio voto. Il sondaggio del 3 aprile 2008 sulle intenzioni di voto assegna a Lugo il 36,8 %, contro il 26,4 % di Blanca Ovelar.


Quali sono i punti di forza del programma di Lugo e quali quelli della sua antagonista, sostenuta dal presidente uscente Nicanor Duarte?

Dal punto di vista economico, Lugo ritiene che per far decollare il Paese e creare, com’è assolutamente urgente, posti di lavoro, si debba trasformare il Paraguay in una potenza energetica, rinegoziando i trattati di Itaipú e Yacyretá, le due centrali idroelettriche di cui è comproprietario, nel primo caso con il Brasile, nel secondo con l’Argentina. Il trattato di Itaipú, firmato a suo tempo da Stroessner (e che non dovrebbe essere rivisto prima del 2023), è un cappio al collo della nazione. In un capitolo del trattato si dice infatti che se un socio (sin qui il Paraguay) non utilizza tutta l’energia, deve venderla all’altro socio (il Brasile) al “prezzo di costo” e non a quello di mercato, come avverrebbe in qualsiasi altro Paese. Il Paraguay, in virtù di questa clausola, incassa dal Brasile 300 milioni di dollari, mentre se vendesse al prezzo di mercato ne incasserebbe 2.000. Se si riuscisse a recuperare questo denaro, bisognerebbe investirlo principalmente nello sviluppo dell’agro-industria, non limitandosi più, come ora, all’agro-esportazione. Attualmente l’economia cresce, ma solo a beneficio di alcuni settori, generando disoccupazione, sottooccupazione ed emigrazione. Tutto ciò perché l’economia si basa su pochi prodotti primari esposti alle oscillazioni dei mercati mondiali, con scarsa diversificazione e scarso valore aggiunto.

Dal punto di vista politico, l’impegno è di rifondare lo Stato in funzione dell’interesse dei cittadini, e non dei partiti e dei gruppi di potere, finendola con la corruzione, le impunità, le inefficienze. I governi succedutisi fin qui si sono rivelati macchine per fabbricare nuovi ricchi e produrre cittadini di seconda categoria, impedendo di fatto lo sviluppo economico e democratico del Paese. I paraguaiani hanno constatato che non basta porre fine a una dittatura per abolire la povertà. Occorre un governo che garantisca l’applicazione delle leggi e promuova lo sviluppo insieme ai settori privati, con la piena partecipazione dei cittadini, che non devono più essere considerati semplice merce elettorale. Per superare il passato bisogna scegliere persone disposte a impegnarsi nella costruzione di una società più giusta e di un’economia più competitiva ed equa. Il motto deve essere “il potere per servire” e non “servirsi del potere”, come è avvenuto fino a oggi, nello spregio più totale delle norme giuridiche. Lo Stato deve essere promotore di sviluppo, di stabilità economica e sociale, di sicurezza, combattendo tutto ciò che produce insicurezza, vale a dire corruzione, impunità e debolezza istituzionale.

Dal punto di vista sociale, Lugo dice che bisogna lottare contro la povertà e le disuguaglianze che rappresentano non solo una perdita economica (in quanto ne deriva una sotto-utilizzazione delle risorse), ma producono anche instabilità. E l’instabilità sociale non è meno pericolosa di quella politica ed economica. Si deve giungere a una giusta distribuzione delle risorse sostenendo le micro, piccole e medie imprese, sia nelle aree urbane che in quelle rurali, fornendo assistenza tecnologica e finanziaria, attivando canali di commercializzazione.

È indispensabile rafforzare il sistema educativo, garantendo l’accesso all’istruzione e migliorando la qualità dell’insegnamento pubblico. Bisogna dare inoltre un forte impulso al sistema sanitario nazionale, orientando in modo diverso la riforma di questo settore, così da assicurare servizi di qualità, con particolare attenzione alle problematiche materno-infantili e a quelle degli strati poveri. Vi è poi l’impegno di incentivare l’edilizia popolare, rendendo accessibili i finanziamenti e coinvolgendo i membri delle comunità beneficiarie dei programmi edilizi.

Altri impegni ineludibili sono una riforma agraria radicale e la tutela delle minoranze indie.

Quanto alle infrastrutture dello Stato, urge procedere a una riforma del settore pubblico. Gli operatori vanno scelti in base alla professionalità e non all’appartenenza politica. Le parole d’ordine devono essere trasparenza ed efficienza. Si faranno maggiori investimenti nel settore scientifico e tecnologico per migliorare le infrastrutture stradali, i trasporti, le comunicazioni.

Riguardo ai rapporti internazionali, il Paraguay deve imparare a porsi, nel corso di futuri negoziati, su un piano di parità con gli altri Stati e potrà farlo solo migliorando la professionalità di chi opera in quest’ambito. Un primo passo dovrà essere il raggiungimento di una vera cogestione con Brasile e Argentina degli enti elettrici bi-nazionali (Itaipú e Yacyretá). Vi dovrà essere trasparenza sull’uso delle risorse prodotte dalle due centrali, il che comporta il libero accesso ai dati da parte degli organi d’informazione e la creazione di organismi di verifica contabile composti da rappresentanti di entrambi i Paesi interessati.

Duarte, dopo aver tentato inutilmente di far modificare la nuova Costituzione per poter essere rieletto, ha puntato su una soluzione che gli permettesse di rimanere al potere per interposta persona, sostenendo nelle primarie la candidatura di Blanca Ovelar, poi proclamata vincitrice. Ha fatto anche un’altra mossa. Poiché il presidente della Repubblica, una volta terminato il suo mandato, diventa senatore a vita ma non ha, di fatto, una funzione politica, ha deciso, in spregio alle norme costituzionali, di capeggiare la lista dei candidati del Partito Colorado al Senato. La denuncia di incostituzionalità presentata dall’opposizione alla Corte Suprema di Giustizia è stata respinta a maggioranza, per consentirgli di avere un ruolo politico nel nuovo Senato.

Venendo a Blanca Ovelar, il suo programma elettorale non affronta il nodo cruciale della revisione dei trattati di Itaipú e Yacyretá. Di conseguenza le sue promesse elettorali appaiono campate in aria, perché non si capisce da dove si attingeranno le risorse necessarie. Inoltre, durante i comizi elettorali di Blanca Ovelar, la gente ha notato che le sue promesse ricalcano quelle fatte da Duarte nel 2003 e mai mantenute. Essendo stata ministro dell’Istruzione sia nel governo di Gonzáles Macchi (1999-2003) che in quello di Duarte (2003-2008), Blanca Ovelar è considerata, dall’opposizione e dalle organizzazioni sociali corresponsabile della grave situazione in cui versa il Paese. La sua candidatura alle primarie ha creato profonde lacerazioni nel partito, come ho detto. I suoi punti di forza, in definitiva, non stanno nel programma politico, ma nell’appoggio di Duarte e della struttura statale.


Oltre all’accusa di incostituzionalità della sua candidatura, Lugo ha dovuto anche affrontare il chiaro diniego del Vaticano, che si è opposto alla sua scelta di candidarsi alla presidenza della Repubblica. Come ha reagito a queste due ulteriori difficoltà il candidato Lugo?

Lugo, nato nel 1951 nel paesino di San Solano, regione di Itaipúa, è entrato nel 1971 nel seminario della Congregazione del Verbo Divino e nel 1992 è stato nominato superiore provinciale per il Paraguay della Congregazione del Verbo Divino. Consacrato vescovo nel 1994, ha retto la diocesi di San Pedro, una delle regioni più povere del Paese, adoperandosi in favore dei contadini senza terra in un periodo di forti conflitti rurali. L’11 gennaio 2005 ha rinunciato alla direzione della diocesi e la sua richiesta è stata accettata da Giovanni Paolo II. Il 18 dicembre 2006 ha presentato al Vaticano la rinuncia sia al sacerdozio che all’episcopato, entrando ufficialmente in politica il 25 dicembre successivo, in vista delle elezioni presidenziali del 2008. La sua richiesta di essere ridotto allo stato laicale è stata respinta dal Vaticano, che nel gennaio 2007 lo ha sospeso a divinis, misura che nel diritto canonico equivale a una punizione. Da allora Lugo ha intrapreso il cammino politico che lo ha portato a candidarsi alla presidenza.

Il Partito Colorado ha effettivamente cercato di mettere in discussione la costituzionalità della sua candidatura. Vi è stata un’ampia discussione, al riguardo, da parte di vari costituzionalisti. Alla fine la candidatura è stata accettata, perché Lugo è ormai, a tutti gli effetti, un laico e un cittadino paraguaiano e, in quanto tale, ha il diritto di candidarsi a cariche pubbliche. Il periodo fissato dalla legge per presentare eventuali ricorsi è scaduto, quindi il problema può considerarsi risolto.


È possibile fare il bilancio del periodo di presidenza del presidente uscente Duarte Frutos sulla base dei dati pubblici e ufficiali disponibili? Le ombre davvero prevalgono sulle luci e il bilancio del suo periodo alla presidenza è così negativo?

Il risultato elettorale ottenuto da Nicanor Duarte Frutos nelle elezioni che lo hanno consacrato nel 2003 presidente della Repubblica è stato di fatto il peggiore tra quelli ottenuti da un candidato del Partito Colorado dall’inizio della transizione dalla dittatura alla democrazia. Nicanor vinse con solo il 37,1% dei voti validi. Dalla caduta della dittatura nel 1989 fino a oggi, si sono succeduti cinque presidenti, tutti del Partito Colorado. Il primo presidente, Andrés Rodriguez, nel 1989 ottenne il 74,3 % dei voti; il secondo, Juan Carlos Wasmosy, nel 1993 il 39,9 %; il terzo, Raúl Cubas, nel 1998 il 53,8 %. Cubas rimase al potere solo sette mesi e fu sostituito dal Presidente del Senato Gonzales Macchi senza che si realizzasse una votazione. Macchi venne proclamato presidente dalla Camera e dal Senato a maggioranza colorados.

Anche nel campo legislativo le elezioni del 2003 sono state le peggiori per il Partito Colorado. Per il Senato nel 1989 il Partito Colorado ottenne il 73,9 % dei voti, nel 1993 il 42,1 %, nel 1998 il 49,3% mentre nel 2003 solamente il 32,9 %. Nelle prossime elezioni del 20 aprile, i primi quindici candidati del Partito Colorado per il Senato (su venti della lista) sono persone investigate o denunciate per corruzione nel periodo in cui hanno ricoperto cariche in strutture governative.

Il bilancio e il giudizio sul governo del presidente Nicanor Duarte Frutos è stato dato dagli stessi cittadini. Il 19 marzo 2008 è stata pubblicata un’inchiesta nella quale si chiedeva quali fossero stati i migliori e i peggiori governi dal 1989 a oggi. Le domande vertevano su quattro punti fondamentali: creazione di posti di lavoro, corruzione, istruzione e sicurezza. L’inchiesta, realizzata nella capitale e in otto regioni, ha dato come risultato finale che l’attuale governo in scadenza è stato il peggiore di tutti. Questa la classifica, secondo gli intervistati: 1° il governo di Andrés Rodriguez, 2° quello di Raúl Cubas, 3° quello di Juan Carlos Wasmosy, 4° quello di Luis Gonzalez Macchi, 5° e ultimo quello di Nicanor Duarte Frutos.

Il 4 aprile 2008 la Direzione Generale di Statistica, Inchieste e Censimento (Dirección General de Estadisticas,Encuestas y Censos – DGEEC) dipendente dalla stessa presidenza della Repubblica, ha pubblicato il risultato dell’inchiesta permanente che riguarda le famiglie (Encuesta permanente de hogares – EPH) per l’anno 2007. Su una popolazione paraguaiana di poco più di sei milioni di abitanti, il documento ufficiale riporta che nel 2007 un totale di 2.156.312 persone vivevano in situazione di povertà e di queste ben 1.172.274 in situazione di estrema povertà. La povertà estrema, che riguardava nel 2005 un 15,5% dei paraguaiani, oggi, alla fine del mandato presidenziale di Duarte Frutos, colpisce il 19,4 % della popolazione.

lunedì 7 aprile 2008

Intervista sull'El Dorado

Luca Leone

La conquista e la devastazione dell’America Latina nel nome della ricerca del mitico El Dorado, narrata attraverso gli occhi e la penna di un viaggiatore d’eccezione, naturalmente genovese: questo è La ricerca dell’El Dorado. La conquista europea del nuovo mondo (Infinito edizioni, febbraio 2008, pagg. 192, € 14,00), un libro che va alle radici umane, sociali, materiali e “mitologiche” dei soprusi compiuti dal 1492 all’era moderna dai conquistadores ai danni delle popolazioni autoctone.

Yuri Leveratto, viaggiatore classe 1968, è l’autore di questo volume, che Giuseppe Esposito, autore della prefazione e insegnante d’italiano nelle università di mezzo mondo, ha ben definito come il “viaggio personale per scoprire quell’El Dorado, quella finalità, quell’utopia che sta dentro di noi, ma che da solo non viene fuori, e ha bisogno di altri luoghi fisici e di altre persone che maieuticamente aiutino, come la levatrice, il parto…”.

Abbiamo raggiunto Yuri Leveratto in Colombia, dove vive e lavora, per parlare non solo del suo sforzo saggistico ma anche dell’America latina oggi e dei danni, non di rado irreparabili, lasciatisi alle spalle dai conquistatori europei.


Perché un genovese trasferitosi a vivere in America Latina a un certo punto ha sentito il bisogno di scrivere un libro sulla "conquista europea del Nuovo Mondo"?

Quando si viaggia in America, specialmente quando si viene a contatto con le popolazioni native, ci si rende conto che nel corso dei secoli passati, ma anche nell'era contemporanea, sono state perpetrate ingiustizie continue verso i popoli autoctoni. Nel condividere con loro tempo ed emozioni, si inizia a capire che l'uomo europeo ha stravolto completamente quello che era un insieme di duemila popoli. Ci si convince per esempio che Colombo non ha affatto scoperto l'America, come si suol dire. D’altrone, come si fa a scoprire un territorio già abitato stabilmente da circa 60 milioni di persone? L'audace navigatore ha "solo" aperto una via marittima per la conquista, la colonizzazione europea e il saccheggio del continente americano. Tutto quello che è venuto dopo – tratta degli schiavi, encomiendas, sfruttamento delle miniere (per esempio a Potosì) – è stato un susseguirsi di duri colpi agli indigeni nonché ai neri americani. Dagli enormi guadagni derivati dal traffico di schiavi, gli inglesi hanno gettato le basi per il loro invadente capitalismo (non a caso la Banca d'Inghilterra è stata fondata nel XVII secolo).

L'America ancora porta su di sé dei segni così evidenti della colonizzazione europea?

Senza dubbio, sicuramente in forme diverse da quelle dei secoli passati: non c'è più l'encomienda dove gli indigeni venivano sfruttati lavorando 15-20 ore al giorno e in cui inoltre erano vessati con ingiusti tributi, però ci sono le multinazionali, che ottengono dai governi nazionali il permesso di sfruttare ricchi giacimenti petroliferi (a volte in territorio indigeno), in cambio di concessioni delle quali spesso non beneficia la popolazione più svantaggiata.

Qual è il cuore del libro e a chi intende parlare?

Il cuore del libro sono le etnie, che descrivo raccontandone la vita e le credenze religiose. Dopo le etnie narro del conquistador che le ha annientate, non perchè superiore sul piano del coraggio ma perché enormemente avvantaggiato dall'impatto devastante dei virus, che furono inconsciamente trasportati dagli europei, e dalla superiore dotazione bellica: archibugi, spade di ferro e animali sconosciuti in America, come il cavallo. Si stima che i virus e i batteri trasportati dagli europei falcidiarono circa 50 milioni di persone nei primi 60 anni della conquista europea: l'80% dei nativi morì, spesso di vaiolo ma anche di influenza o varicella, malattie contro le quali gli europei avevano già sviluppato anticorpi, gli autoctoni no. Il libro è rivolto a tutti ma in special modo ai giovani. Spero che, leggendolo, possano cambiare la loro visione verso le etnie dimenticate e spesso vituperate, non solo del continente americano ma anche di quello africano, dal quale in tanti migrano verso la cosiddetta Europa ricca in cerca di un futuro migliore.

Al di là dei Colombo e dei Cortez, in pochissimi sanno che anche nel XX secolo, e forse anche oggi, ci sono uomini che ancora hanno cercato o cercano l'El Dorado. Puoi raccontare qualcuna di queste storie?

L'El Dorado come leggenda è più viva che mai. Nel XX secolo furono molti gli esploratori e i cercatori che si inoltrarono nella selva. L'inglese Percy Harrison Fawcett si distinse per una spedizione leggendaria nella quale perse la sua stessa vita. Successivamente ci furono le imprese di Carlos Neuenschwander Landa nel periodo dal 1960 al 1970. Da quando, nel 2001, il Professor Mario Polia ha scoperto, negli archivi vaticani, una lettera del missionario gesuita padre Lopez, diretta al Superiore dei gesuiti del tempo, il mito si è ravvivato. La lettera descriveva l'El Dorado, situato nel dipartimento peruviano Madre di Dios. Anche nel secolo attuale alcuni avventurieri e archeologi hanno cercato l'El Dorado: si ricorda per esempio la famosa spedizione di Jacek Palkiewicz che nel 2002 ha trovato resti di civiltà pre-incaiche nel Madre de Dios. Questo e altro è diffusamente raccontato nel mio libro.

Che cosa era per l'uomo europeo l'El Dorado e che cosa è per l’autore Yuri Leveratto?

Per l'uomo del XVI secolo era un luogo reale dove si viveva nell'opulenza, dove i piaceri materiali erano completamente esauditi. Lo cercò nel lago di Guatavita, da dove si originò la leggenda del indio dorado, e negli altipiani del Meta, nell'odierna Colombia. Anni dopo cercò di trovarlo nelle foreste della Guayana e nell'Amazzonia peruviana, ma sempre senza esito.

Per me l'El Dorado è solo un luogo dove i popoli possano vivere in armonia, con uguali opportunità e con rispetto reciproco.


Tra i tanti conquistadores segnalatisi per la loro brutalità e per l'incapacità di capire e rispettare le popolazioni locali, è possibile trovare almeno un nome di qualcuno di questi avventurieri che cercò l'El Dorado non per brama di ricchezza ma per puro e positivo spirito d'avventura?

La maggioranza degli avventurieri che cercarono l'El Dorado si sono scontrati con le popolazioni native, quando forse sarebbe stato più intelligente capire i loro usi e costumi e soprattutto la loro mitologia per avere più possibilità di raggiungere comunità sperdute che facevano largo uso d’oro. La mentalità spagnola del tempo, ovvero il saccheggio e la depredazione, a differenza della mentalità mercantilistica degli inglesi del secolo successivo, non fece altro che ridurre il continente al disastro, sia provocando il genocidio sistematico dei nativi, sia sfruttando indiscriminatamente le risorse. Uno degli El Dorado trovati, la miniera d'argento di Potosi, fu sfruttato per decenni fino a quanto la vena si esaurì e con essa anche i nativi che, costretti a lavorarvi, furono decimati dalle malattie e da condizioni di lavoro inumane. Tra i conquistadores del XVI secolo comunque, fu Francisco de Orellana colui che ebbe un approccio più dolce nei confronti dei nativi. Aveva infatti imparato il quechua e alcune lingue amazzoniche e, nella sua spedizione nel Rio delle Amazzoni, utilizzò le armi contro i popoli tribali solo per difendersi.

Se oggi un Colombo casualmente trovasse un'America, credi che la storia si ripeterebbe o che almeno una parte dell'umanità abbia imparato la lezione (ma, se così, si tratta della parte "giusta")?

Si, credo che si ripeterebbe, purtroppo, in quanto gli esempi che abbiamo sott'occhio tutti i giorni non fanno che ribadire che i popoli che si trovano su un piano tecnologico superiore, o che gestiscono la finanza internazionale, si adoperano per attuare accordi e contratti con i popoli più poveri non perchè spinti da spirito caritatevole ma per ricavare lucrosi profitti e mantenere posizioni di privilegio conquistate nei secoli passati attraverso saccheggi, commerci infami come la tratta degli schiavi e ingiustizie. Non esiste una parte giusta dell'umanità, a mio parere, e nessuno Stato è perfetto. Non per questo dobbiamo smettere di lottare contro le ingiustizie, denunciare i misfatti e, con metodi pacifici e democratici, tentare di affermare il diritto.

Per ulteriori informazioni sul libro e sull’autore:

www.infinitoedizioni.it

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